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Carità ecumenica

· A cinque secoli dalla Riforma ·

L’amore cristiano (carità) assume diverse modalità di fronte a esigenze particolari. Per esempio, si parla di “carità spirituale” quando l’amore s’incarna nell’esercizio di una missione pastorale. Si parla di “carità politica” quando si esprime nell’impegno nella vita pubblica e nella ricerca del bene comune. Si parla anche di “carità ecumenica”. Quali sono le caratteristiche e le manifestazioni della carità che si vive nel cammino ecumenico? Che significato acquista l’ecumenismo pensato a partire dalla carità? 

Parlare di ecumenismo dal punto di vista dell’esercizio della carità fa sì che gli altri non siano più percepiti come esseri separati e distanti, come avversari o pericoli, bensì come fratelli. Il diverso diventa colui al quale mi unisco attraverso l’esercizio della carità, che produce un’unione reale, più forte di qualsiasi altro vincolo.
La parola agape (carità) non esisteva nella letteratura greca classica. Nell’antico testamento soleva indicare l’amore di coppia, ma poi si passò a utilizzarla per parlare dell’amore tra il popolo e Dio: «Io mi ricordo dell’affetto che avevi per me quand’eri giovane, del tuo amore da fidanzata, quando mi seguivi nel deserto» (Geremia, 2, 2-3). Si produsse così un enorme salto di significato, che portò alla ricchezza che si sviluppò nel nuovo testamento. Nell’antico testamento troviamo altre espressioni simili, come agapesis, che si usa anche per parlare con grande bellezza dell’amore di Dio per il suo popolo (cfr. Deuteronomio, 4, 37; 7, 8.13; 10, 5; Isaia, 41, 8; 43, 4; 63, 9; Osea, 11, 1). Si preparò pian piano il cammino affinché questa parola, nel nuovo testamento, potesse esprimere quell’amore sublime che è il frutto principale dello Spirito santo.
È l’amore a manifestare meglio su questa terra il dinamismo dello Spirito santo, che è l’Amore per eccellenza. Quando noi amiamo, viviamo e manifestiamo il mistero dello Spirito santo e ci uniamo in modo particolare a lui. Paolo evidenzia questa intima unità esistente tra lo Spirito santo e il frutto dell’amore: «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo che ci è stato dato» (Romani, 5, 5).
Negli scritti di Giovanni si usa lo stesso verbo agapao per indicare l’amore del Padre verso il Figlio e anche il nostro amore verso di loro e tra noi. Con questo verbo si dice che «il Padre ama il Figlio» (Giovanni, 3, 35) e Gesù afferma: «Il Padre mi ama» (Giovanni, 10, 17). Con quello stesso amore Gesù ama il Padre: «che il mondo sappia che io amo il Padre» (Giovanni, 14, 31). E con quello stesso amore soprannaturale ci chiede di amarci tra noi: «come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Giovanni, 13, 34). Poiché si tratta dello stesso amore, chi ama così il fratello «dimora nella luce e non v’è in lui occasione di inciampo» (1 Giovanni, 2, 10). La conseguenza ultima di ciò è che «noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte» (1 Giovanni, 3, 14).

di Víctor Manuel Fernández

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20 ottobre 2019

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