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Se si guarda al presente con gli occhi di Faust

· Musica nuova all'Accademia di Santa Cecilia ·

Chi cercasse nella musica delle risposte ai propri problemi esistenziali si tenga lontano da Silvia Colasanti. Semmai la compositrice romana, che venerdì 28 ha presentato in prima esecuzione assoluta il suo «...di tumulti e d'ombre». Studio per Faust nella stagione di musica da camera dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, qualche dubbio in più sul senso della vita te lo mette. Senza però girare troppo il coltello della piaga. Viviamo pure soffrendo, ma con qualche sollievo.

Nata nel 1975, la Colasanti — che propone l'unica prima esecuzione assoluta della stagione cameristica di quest'anno — cerca un proprio stile affrontando la tragedia con ottimismo: il dramma del vivere non è eludibile, la musica può aiutare se non a superarlo almeno a descriverlo. Per questo, come spiega nel programma di sala il musicologo Simone Ciolfi la sua musica «vuole essere terrifica, nel senso antico del termine» ed «evocando eroici furori, mira a essere catartica e purificatrice. In questo risiede la sua parentela col mito, la sua familiarità con gli atti estremi di Medea e di Tieste».

Un desiderio esplicito di rappresentare in musica l'universo dell'inconscio, di cui Faust è forse ancora oggi una delle più intese rappresentazioni. Espressionista quanto basta, questo «studio» prende le mosse, quasi inevitabilmente, da un ordinatissimo caos iniziale, costruito su elementi semplici e riconoscibili che sovrapposti cambiano di senso. Il dubbio sorge spontaneo: non sarà così anche il mondo? Non sarà che un'idea estrapolata dal contesto in cui è immersa significa una cosa e reinserita nello scorrere del tempo e sovrapposta a tutte le altre ne significa un'altra (chi si era seduto nella Sala Sinopoli per avere risposte è rimasto deluso)?

Il dubbio conduce alla fissità, il flusso si impantana. Tutto tace, quasi (ma come non era il caos? O forse il caos e il suo contrario sono la stessa cosa?).

In attesa di una risposta, che non arriverà, tutto si scioglie, per modo di dire, nella tensione lirica, fatta anche di contrapposizioni repentine tra piano e forte (che vergogna, nemmeno una serie per inversione retrograda e dinamiche che rimandano vagamente a un uso beethoveniano. Dove andremo a finire).

E forse è proprio qui, nella dolce melanconia del fallimento, che si capisce che la tragedia incombe, che non se ne esce, che la vita non è un film della Pixar e l' happy ending non è previsto. Da qualche parte però, sembra ci sia uno spiraglio, pare che comunque valga la pena di tentare. Gli elementi si ricongiungono nel finale, dove la pace e la sua negazione si incontrano, nel tentativo di rappresentare in musica le forze contrastanti dell'inconscio.

La Colasanti ha talento e prova a fare il suo lavoro, cioè non scrive un pezzo perché qualcuno glielo ha chiesto, ma perché ha una sua visione e gli strumenti per trasformarla in musica. Questo si richiede a un artista: mettere in gioco il proprio pensiero, non solo le proprie capacità tecniche. Giudizi estetici sulla musica appena scritta sono sempre pericolosi e perlopiù superflui, quello che conta è recuperare l'intenzione di rappresentare la realtà.

Dal Quartetto di Cremona, che oltre al brano in prima esecuzione assoluta ha proposto il Quintetto in si minore opera 115 di Brahms, con il clarinetto di Alessandro Carbonare, e il Quartetto D. 887 opera 161 di Schubert, viste le qualità tecniche indubbie ci si aspetterebbe una maggiore incisività nel proporre il proprio punto di vista.

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18 ottobre 2019

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