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Se oggi don Bosco al centro commerciale

· Gli arcivescovi Fisichella e Nosiglia sui moderni oratori per la nuova evangelizzazione ·

La nuova evangelizzazione passa anche dai centri commerciali. E don Bosco oggi, forse, andrebbe per negozi e paninoteche in cerca dei “suoi” ragazzi. Moderni templi laici dedicati al denaro e alle merci che costellano le periferie delle città, i centri commerciali sono ormai diventati anche luoghi d’incontro e di svago. Spazi che via via, in buona sostanza, hanno preso il posto delle piazze, dei circoli, dei muretti di una volta. Una realtà che certamente non può essere ignorata da chi ha responsabilità pastorali. Prima di Natale l’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, ha celebrato la messa in uno dei più grandi centri commerciali di Roma. E ieri, 3 gennaio, monsignor Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino, città culla del carisma salesiano, ha lanciato l’idea di aprire degli oratori all’interno di questi spazi formalmente dedicati al consumo.

Se non si vuole che quello della nuova evangelizzazione diventi solo un vuoto slogan occorre definire anche «nuove forme di pastorale d’ambiente», ha commentato a «L’Osservatore Romano» l’arcivescovo Fisichella, che per i prossimi giorni — il 9 gennaio — ha convocato in Vaticano il secondo incontro degli arcivescovi e dei responsabili di «missione metropoli», il progetto pastorale cui hanno aderito dodici grandi città del vecchio continente, tra cui, unica italiana, anche Torino. «Oggi il centro commerciale è uno spazio vissuto da famiglie e giovani, non più solo un luogo dove si vende e si compra. E in certi momenti dell’anno, penso soprattutto all’estate, diventa anche un luogo di ritrovo per chi resta in città, per chi non può permettersi di andare in vacanza. È naturale che l’evangelizzazione entri in questi ambienti». Una pastorale d’ambiente che certamente non sostituisce o non si pone in alternativa con quella delle parrocchie. Anzi. «Ogni centro commerciale si trova all’interno di un territorio della parrocchia. Sono spazi di nuova evangelizzazione che i parroci non possono ignorare. È un’esperienza — ha continuato monsignor Fisichella — che ho fatto anch’io a Roma, l’ultima domenica prima di Natale, invitato dal parroco della zona in cui ricade un grande centro commerciale. Ho incontrato tanta gente che passeggiava per i negozi. E poi ho celebrato la messa». Del resto, oggi il centro commerciale non è poi tanto diverso dall’agorà dei tempi di san Paolo. «L’apostolo delle Genti passeggiando per le vie di Atene trovava molti altari eretti agli dei. Tra di essi anche quello al “Dio ignoto”. Incontrando i filosofi Paolo annuncia di essere venuto a portargli proprio il Dio che non conoscono. E il luccichio dei centri commerciali potrebbe illudere le persone di riuscire a scacciare i loro problemi. Ma non è così. Gli uomini hanno tutti nel cuore la nostalgia di Dio e vanno sempre alla sua ricerca».

Ed è su questa linea che si colloca anche l’iniziativa lanciata dall’arcivescovo di Torino in occasione della presentazione della lettera pastorale per il nuovo anno. Inviata a cento personalità della città, la lettera — che ha riscosso l’apprezzamento del sindaco, Piero Fassino — affronta «i problemi e le urgenze della società piemontese» e invita «a ritrovare le motivazioni ideali e le vie operative per affrontarli» a partire da alcune questioni centrali: il lavoro, i giovani e l’immigrazione. Tuttavia, viene sottolineato, il tema della crisi economica non può assorbire tutto. E, soprattutto, non può mettere il silenziatore al bisogno più profondo che alberga nel cuore di ogni persona. «Non vorrei — si sottolinea nella lettera — che il tema dei giovani si riducesse al “trovare lavoro”. La loro fragilità ha svariate cause: ruoli familiari materni e paterni indeboliti, merito disconosciuto, cultura nichilista e consumista che elimina il senso del limite, assenza di una dimensione religiosa». Per questo, afferma l’arcivescovo Nosiglia, «credo che sia necessario riannodare i fili del dialogo fra le generazioni». E anche la Chiesa deve con coraggio camminare su nuovi sentieri e imboccare strade sin qui inedite. «Forse dovremmo davvero aprire i nostri oratori anche nei centri commerciali e nei luoghi di divertimento, o proporre servizi educativi realizzabili in forma cooperativa anche presso locali di oratori o di congregazioni religiose».

Insomma, «occorre dimostrare in forme efficaci ai giovani che si crede nelle loro capacità e creatività, che il mondo degli adulti ha fiducia in loro non solo a parole ma con mirate scelte politiche, economiche e culturali. Questa è anche l’unica via per richiamarli alla loro responsabilità sul futuro, perché vivano da protagonisti e non assumano il disagio generazionale o la precarietà di vita e occupazionale come alibi per il disimpegno». In questo senso — ha spiegato Nosiglia — anche gli oratori nei centri commerciali sono il segno di una Chiesa che «deve farsi più missionaria», di una comunità che «sa investirsi della realtà concreta» e quindi «va incontro ai giovani là dove si trovano». Infatti, «quando incontro i giovani, essi mi dicono spesso di sentire la Chiesa troppo distante. Mi ringraziano non tanto per quello che dico, ma per essere andato a incontrarli».

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