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Se non rincorressi la fede sarei un mediocre

· A colloquio con Carlo Verdone ·

Carlo Verdone amico di antichissima data, lui autore, regista e attore famoso; io semplice giornalista un po’ bastonato dalla vita, ci rincontriamo un paio di volte in altrettante occasioni nelle quali Carlo parla di sé, ma soprattutto dei cambiamenti della società scenario fedele dei suoi film. Una lettura attenta della realtà la sua. Tanti spunti di riflessione e l’idea di una conversazione-intervista da pubblicare sul giornale che non t’aspetti e che con sapienza va nella direzione di riavvicinare mondi e culture troppo frettolosamente dichiarate estranee tra loro e che, invece, tali non sono. O almeno molto meno di quanto comunemente si creda. Tra amici non è proprio facile parlare davanti a un registratore, ma è così e questo è ciò che da quella conversazione è nato.

Caro Carlo, tu dici sempre di essere contento di essere nato nel 1950, di avere visto la vita in bianco e nero. Insomma un’altra società. Ma questo sentimento aiuta a capire il presente?

Per me che l’ho vissuto, quel periodo, quelle immagini, quei sapori, quelle atmosfere rimangono una gradevolissima carezza. Un abbraccio. Quegli anni hanno sviluppato la mia sensibilità; mi hanno fatto conoscere fortunatamente tante persone con dignità e una disciplina che in qualche modo la gente aveva e, anche, un po’ di rigore. Erano gli anni della ricostruzione dopo la guerra, era un popolo che si rimboccava le maniche e si preparava al futuro sgobbando in maniera diligente. Insomma c’era maggior dignità e anche maggior fiducia nel prossimo. Mi colpì molto mio padre quando sul letto di morte, tre giorni prima di perdere conoscenza, fissava il soffitto e io gli chiesi: «Che guardi papà? Ti abbasso l’aria condizionata?». No — mi rispose — «stavo riflettendo a una cosa. Io sono stato un grande antifascista, tu lo sai quello che ho fatto, però ti arrivo a dire che, nonostante il tragico errore del fascismo, anche nell’epoca fascista c’era una dignità che oggi io non ritrovo minimamente. Mi scoccia dirlo: che brutto periodo! Che brutti tempi che vi lascio!». Questa è stata la sua ultima considerazione. Quando guardo i primi film in bianco e nero del mio autore preferito che è Federico Fellini, ho una specie di gioia interna perché rivedo quella società degli anni Cinquanta che, pur essendo bambino, dal 1955-1956 ho cominciato ad assorbire. Ricordo alcune fotografie, certi sapori, certe atmosfere, certi rumori e anche un po’ la mia famiglia dentro casa, perché rivedevo tanti personaggi che Fellini rappresentava, vuoi nei Vitelloni come pure in Lo sceicco bianco , La dolce vita e Il bidone . Sarà perché ero piccolo, però certamente ero un bambino molto felice. Avevo una famiglia serena e davanti agli occhi una realtà gentile. Oggi trovare un bambino felice, un ragazzo felice, è molto difficile. I giovani hanno tanti problemi, perché non vedono attorno orizzonti di sicurezza. Perché chi è al comando non offre sicurezza e non dà esempio di autorevolezza. Vedo molti vestiti da onorevoli ma non vedo nessun politico.

Dimmi allora: quanto pesa la nostalgia?

No, non pesa affatto la nostalgia. La nostalgia è un abbraccio. Guai se mancasse la nostalgia. La nostalgia è memoria, rispetto, ricordo piacevole di cose passate. Non pesa. È come aver percorso un sentiero meraviglioso; la nostra vita è attraversare una serie di periodi e quello è stato sicuramente un periodo molto importante, molto piacevole e molto gradevole. Il suo apice poi è stato negli anni Sessanta, certamente i più colorati e i più creativi di tutta la nostra vita. Pure in altre epoche gli uomini sono stati sicuramente bene, ma non c’erano le medicine e si moriva prima. Noi no, stavamo bene e c’erano tanti ideali. Purtroppo insieme a quelli buoni, sono arrivati anche i farmaci cattivi e penso alle droghe, e a quel punto ci siamo un po’ sgretolati tutti quanti. Poi siamo entrati in un mondo un po’ sbagliato, fatto di valori effimeri e senso di onnipotenza. E internet ne è la prova. Io non lo critico affatto, però come tutte le cose potenti, quello strumento straordinario e utilissimo, messo in mano a chi ha idee pessime diventa devastante.

Parlami anche della fede religiosa: può ridursi soltanto alla nostalgia, o, invece, ancora ci interroga sui nostri destini ultimi? Sul senso stesso della vita?

In un capitoletto del mio sito, Verdone a 360 gradi , c’è scritto: «Qual è la fatica più estenuante? Rincorrere la fede». Ecco, io sono un credente, con centomila punti di fragilità, con diecimila incertezze, un giorno vedo bene le cose un altro no, però non credo al credente che mi dice: «Io credo e sono tranquillo con me stesso». Io credo a colui che si interroga quotidianamente, o molto spesso, su come riprendersi la fede. La fede per me è un rincorrerla continuamente e, quindi, un interrogarti dentro. Certe volte stimo molto di più delle persone atee che dicono di non credere, perché vedo che nella loro vita hanno un comportamento assai retto. Viceversa ci sono dei credenti che vanno in chiesa, declamano anche con grande sicurezza la loro fede, ma hanno un comportamento ipocrita. A quelli credo molto poco. Quello della fede, infatti, è il problema dei problemi: la rincorri continuamente perché ti sfugge e la riprendi. È una fatica estenuante: però senza questo interrogatorio sofferto che fai a te stesso, non avrebbe senso continuare a vivere. E più si va avanti con gli anni, più ci si riflette perché si pensa al momento in cui dovrai lasciare i figli, le persone care, quelle più giovani: io ci penso. Eccome se ci penso! Però c’è qualcosa dentro di me che mi fa credere che la morte dell’uomo in realtà è una morte apparente, e che poi la vita ricomincerà in un altro modo, ma è qualcosa che non sappiamo comprendere bene. Probabilmente siamo un tutt’uno, un mosaico di un’unica entità; siamo dei frammenti di Dio. Comunque se smettessi di riflettere sulla fede, sarei un grande superficiale; una persona assolutamente mediocre.

Questa riflessione non facile, né leggera, seppure non detta, sostiene spesso la trama del tuo racconto trovandogli uno sbocco sereno, leggero che lo trasforma in commedia.

Perché c’è una chiave compassionevole in ogni mio film. Compassionevole verso i miei personaggi. Non voglio dire che tutti i miei film sono delle straordinarie commedie. No, ci sono delle commedie che mi sono riuscite meglio e altre meno bene. Nelle migliori c’è questo comune denominatore: voler bene a questi personaggi, avere compassione delle loro debolezze e perdonargliele perché sono deboli. Certo, ho sempre interpretato personaggi mitomani, molto fragili, con debolezze prettamente umane, con i vizi tipici degli uomini di sempre e, qualche volta, dei vizi che in realtà appartengono in modo peculiare al nostro Paese e, quindi, alla situazione italiana che continuo a osservare. Alla fine vizi e tic che appartengono un po’ a tutti. Ho trattato spesso una categoria di miserabili e si vedrà anche nel mio prossimo film, Posti in piedi in Paradiso , che tratta il dramma dei padri separati, senza una lira e che danno tutto alla famiglia. E ho un moto di compassione per loro; era difficile fare una commedia su questo tema, si ride molto, però alla fine si riflette anche molto, perché farne solo una commedia ridanciana, sarebbe stato un fallimento. C’è un mio pensiero su questi uomini che possono avere compiuto degli errori nella vita, o sono stati sfortunati. Ho sempre trattato l’essere umano come una persona da accarezzare, qualche volta da compatire o da aiutare e qualche altra da riderci sopra, ma facendone anche una critica di costume. Però non sono mai stato un cinico, sono sempre stato un passionale e per questo mi sono sforzato di trovare qualche elemento positivo anche in un personaggio sbagliato; o almeno ho tentato di redarguirlo, ma forse con affetto, con le risate che gli faccio fare dal pubblico.

Mentre venivo da te, mi sono ricordato la letteratura greca del liceo dove Perrotta scriveva che nell’età classica la commedia era più considerata della tragedia. Questa in fondo era un devastante racconto di dolore e di sofferenza, di situazione gravi; la commedia, invece, era quella che, nonostante le condizioni della vita, doveva suscitare un sorriso. Penso che tu sia d’accordo.

I film che hanno trattato meglio la situazione italiana nel dopoguerra, quindi situazioni molto serie, guerra compresa, sono state le commedie. La commedia ha saputo raccontare il Paese, la sua tragedia e i suoi drammi molto meglio del film drammatico. Mi riferisco a La grande guerra , Tutti a casa e Una vita difficile . È vero, se tu leggi Plauto trovi quasi delle massime filosofiche che sono molto più lapidarie, efficaci e introspettive di tanta letteratura drammatica. Penso a Plauto, ma anche e soprattutto a Publilio Siro con le sue Sententiae .

La tua ironia presuppone un rapporto non episodico con i valori; dietro a ogni racconto, a ogni commedia, c’è una visione dell’uomo, un umanesimo. Secondo te è ancora possibile proporne qualcuno in un tempo desertificato di valori?

Ma certo che sì. È un po’ più faticoso nel senso che l’atmosfera attuale non aiuta molto. Però se uno continua a fare questo lavoro, lo fa perché continua a essere appassionato del prossimo. Appassionato dei cambiamenti della società, del linguaggio. Io sono convinto che se chiediamo a cento persone: «Vi piace il periodo che state vivendo? Se è sì, mano giù, se no, alzate la mano», alzerebbero tutti la mano perché c’è qualcosa che non va. Non va nelle persone che ci guidano, non va nei valori che ci sono oggi. Nelle occasioni un po’ più serie, io dico sempre: «Quello che dovrebbe essere il Paese con più etica del mondo perché c’è la Chiesa e tutta una storia a essa collegata, invece sta diventando il Paese più immorale del mondo». Un punto di crisi secondo me è anche nella confessione troppo spesso interpretata come tacita sicurezza che alla fine puoi ricominciare da capo come se non fosse successo nulla. Sarebbe troppo comodo e penso alla maggior parte dei grandi mafiosi che in cella hanno le immagini sacre, la Bibbia e credo che abbiano molto male interpretato i due ladroni accanto a Gesù Cristo sul Golgota, come a dire: «Ma alla fine sì, abbiamo sbagliato, però vuoi che non ci perdona?». Sì, dico, ma c’hai trecento morti alle spalle e intere famiglie distrutte! Un teologo ti spiegherebbe molto meglio ciò che sto dicendo, nel senso che quello che hai fatto, hai fatto e che però è possibile rimettersi in moto con una nuova energia e una nuova etica basata su un autentico pentimento. Cose di sostanza e non tanto di forma.

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24 febbraio 2018

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