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Se manca
la consistenza

· ​Riflessioni sulla cultura contemporanea ·

Uno dei tratti diffusi che contrassegnano la cultura contemporanea è la mancanza di confini precisi entro i quali, d’altronde, possono acquisire consistenza e visibilità i dati del sapere. Si potrebbe, da questo profilo, parlare di una specie “liquidità del sapere”, intendendo per “liquidità” un ondeggiamento mentale, che impedisce di cogliere con sicurezza e di trattenere con chiarezza i contenuti della realtà. In una parola, che impedisce i concetti.

Indubbiamente, la realtà o, se si vuole, il vissuto per sua natura tracima i limiti entro i quali i concetti lo delimitano, lo circuiscono e lo propongono. E, tuttavia, è solo mediante i concetti che noi comprendiamo e distinguiamo il senso e il valore delle nostre esperienze.

Andrea di Bonaiuto  «Trionfo di san Tommaso d’Aquino» (1365-1367)

Se mancassero le frontiere del concetto e tutto si sciogliesse sconfinatamente, noi saremmo ridotti alla confusa mobilità delle emozioni particolari. Avverrebbe il prevalere della soggettività, dell’interesse singolo, nell’assenza di un oggettivo e universale criterio di giudizio.

Una tale assenza, e un tale prevalere della soggettività nei confronti della realtà “esterna” e oggettiva, potrebbero, di primo acchito, sembrare un vantaggio e un valore, come esaltazione del soggetto; in realtà alla fine si rivelerebbero un boomerang, cioè si ritorcerebbero in un danno radicale per il soggetto stesso, posto in balìa delle impressioni.

L’azione umana, in una simile situazione, verrebbe a mancare di una ragione illuminata e solida quale fondamento delle sue scelte; risulterebbe priva della giustificazione che motivi il perché di un comportamento. O meglio, il fondamento o la giustificazione fatalmente si ricondurrebbero a istintività o a opinione non sindacabili, ed è come dire all’arbitrio, allergico a qualsivoglia misurazione.

Saremmo nella assolutizzazione del soggetto, divenuto radicalmente principio ingiudicabile di bene e di male, di valido e di invalido.

Ma, a questo punto e con questo esito, la questione diviene necessariamente teologica. Criterio di bene e di male, di valido e di invalido, può essere soltanto Colui che sta al principio e dal quale tutto dipende e tutto trova la sua ragione, la sua distinzione e la sua denominazione.

Certamente, l’uomo non è un ricettacolo passivo. Egli stesso è chiamato a denominare e a modulare le cose, ma secondo la “natura” che reperisce in esse, o secondo quel nome che esse hanno ricevuto da chi le ha create e “liberate”.

È questa natura, risalente ultimamente al Creatore, che istituisce i confini e quindi avvera e determina il valore degli esseri, e impedisce di rovesciarli e invertirli.

Come si vede, una questione che sulle prime appare di portata logica, diviene antropologica e alla fine teologica.

Tutto, così, si tiene e si articola mirabilmente, e siamo così invitati a riconoscere e a esaltare la sapiente presenza e la luminosa opera di Dio nel creato.

di Inos Biffi

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22 ottobre 2019

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