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Se l'oggi è dei farabutti  il futuro è in mano a Dio

· La profezia di Pio XI nel 1938 di fronte all'«Anschluss» ·

L'accessibilità dal 2006 delle fonti vaticane fino al termine del pontificato di Pio XI permette e permetterà nuove acquisizioni e conseguenti approfondimenti circa le vicende della storia contemporanea, soprattutto nel periodo che dal primo conflitto mondiale arriva alla vigilia del secondo. Certo, non mancano coloro che per preconcetta polemica o per desiderio di effimero successo mediatico cercano in quelle carte supposti episodi eclatanti o conferme a tesi precostituite oppure, senza degnare di considerazione un'imponente documentazione che meriterebbe una ben altra attenzione, invocano già l'apertura di nuovi periodi. Per fortuna, però, abbiamo storici, i quali, anche sulla base della documentazione del pontificato di Papa Ratti, tornano a considerare e così ad arricchire con tali fonti, che non erano disponibili alla storiografia precedente, la lettura e l'interpretazione di molte vicende dei primi decenni del secolo XX. È quello che ha saputo egregiamente fare a proposito dell' Anschluss Paolo Valvo col suo volume Dio salvi l'Austria! (Milano, Mursia, 2010, pagine 274, euro 18).

Non deve indurre in errore il sottotitolo della pubblicazione ( 1938: il Vaticano e l'Anschluss ), perché in realtà l'autore non si limita a ricostruire le drammatiche vicende del marzo di quell'anno, che videro l'annessione dell'Austria a una Germania dominata dalla dittatura hitleriana. Infatti, egli ci illustra come, soprattutto con la prima guerra mondiale e la dissoluzione dell'impero asburgico — anzi già in precedenza — cominciò a porsi la questione della sopravvivenza di quel piccolo nuovo stato europeo, che Benedetto XV definì «capo tagliato dal corpo». E tale questione era strettamente collegata appunto alle diverse posizioni che in Austria e all'estero vennero via via assunte di fronte all'ipotesi dell' Anschluss al vicino tedesco.

Sembra un merito rilevante dello studio di Valvo anzitutto quello di consentire di cogliere i principi e i criteri che guidarono l'azione della Santa Sede negli anni Venti e Trenta del secolo scorso in rapporto a tale tema.

Si tratta di una posizione che l'Autore definisce come «realismo cristiano».

Anzitutto la Santa Sede si preoccupò che la piccola Repubblica potesse sopravvivere e continuare a vivere, che cioè non fosse economicamente schiacciata dal peso di esose pretese delle Potenze vincitrici, che rischiavano di vanificare i tentativi di uomini come il Cancelliere monsignor Ignaz Seipel ed Engelbert Dollfuss di edificare una società stabile e prospera e che potevano invece innescare e alimentare pericolose violenze, giustificate dall'opposizione a pretese ingiuste.

In secondo luogo, i Pontefici Benedetto XV e Pio XI, con i loro segretari di Stato, Pietro Gasparri ed Eugenio Pacelli, mantennero un'assoluta imparzialità nelle questioni meramente politiche. Ciò appare, ad esempio, nel fatto che, nonostante i profondi legami con la casa d'Asburgo e con l'imperatore Carlo, la Santa Sede non prese posizione circa la questione della forma di governo — repubblicana o monarchica — del Paese. «Lei sa — disse Pacelli al vescovo di Linz Gföllner — che la Santa Sede, nel suo sforzo di perseguire sempre il benessere dei popoli, prescinde completamente dalla forma di Stato dei medesimi, qualunque essa sia». Ma prima di tutto e soprattutto, durante quel ventennio che dal novembre 1918 arriva al tragico compimento dell' Anschluss , le scelte dei Pontefici e della Curia romana furono determinate dalla volontà di salvaguardare l'identità cattolica dell'Austria, che poteva essere minacciata dall'unione con una Germania prevalentemente protestante e con una forte componente socialista, così come certamente lo sarebbe stata dall'ingresso nel Reich nazista. Come scrisse nel 1937 il quotidiano «Le Temps», in un articolo «ispirato», «per quanto concerne l'Anschluss si sa che la Santa Sede lo considera soprattutto sotto il punto di vista dei pericoli che minacciano le libertà religiose nel regime totalitario hitleriano».

È alla luce di questi principi che si comprende quanto Pio XI dichiarò al cancelliere Dolfuss: «Il mio pensiero è che l'Austria sia l'Austria».

A partire dagli anni Trenta, poi, la questione austriaca interseca, anzi, potremmo dire, diviene, un aspetto del difficile e complesso rapporto tra la Santa Sede e il nazionalsocialismo.

Colpisce la lucidità con la quale Pio XI e il suo segretario di Stato e futuro successore, il cardinale Eugenio Pacelli, respinsero i tentativi di sottovalutare il pericolo costituito da quell'ideologia e da quel regime, che dalla vicina Germania si apprestavano a ghermire il vicino austriaco. Essi ritenevano del tutto infondate le visioni che propugnavano una possibile collaborazione tra il movimento hitleriano e il cattolicesimo, magari in funzione antibolscevica. Sintomatica è in proposito la vicenda del vescovo austriaco e rettore della chiesa nazionale tedesca di Santa Maria dell'Anima a Roma, monsignor Alois Hudal, al quale Pio XI ribadì: «Di spirito non si può parlare in questo movimento (cioè il nazismo). Esso è un massiccio materialismo (...) Noi non crediamo alla possibilità di una comprensione reciproca». E ricordiamo che quella che per il Papa era un'illusione, per non pochi, anche dentro la Chiesa in Austria — a cominciare dall'arcivescovo di Vienna, il cardinale Theodor Innitzer — era invece una possibilità o, almeno, un auspicio, di cui la realtà dei fatti dopo il 12 marzo 1938 si incaricherà di dimostrare l'infondatezza.

Per quanto riguarda il cardinale Pacelli, è assai significativo che l'ambasciatore d'Italia presso la Santa Sede, Bonifacio Pignatti, si augurasse che il segretario di Stato, «malgrado la sua nota invincibile avversione per tutto quello che sa di nazismo», comprendesse la «convenienza che ha l'Austria di addolcire le sue relazioni con il Reich». Fu questa ferma posizione del futuro Pontefice che ne ispirò l'azione nei confronti dell'Austria in quegli anni e lo portò a giudicare l'atteggiamento dei vescovi austriaci di fronte ad Hitler come la «pagina più umiliante della storia della Chiesa».

Così le dense pagine di questo libro sembrano confermare la considerazione formulata da monsignor Hudal (inconsapevole che essa si sarebbe dimostrata vera anche nei suoi confronti): «È una fortuna, che dalla Cupola di San Pietro l'aspetto del mondo del mondo è più vasto e più vero che nelle piccole diocesi». Anche nella vicenda dell' Anschluss , le scelte e le azioni di Papa Ratti e del futuro Pio XII furono guidate dal «realismo cristiano», che fu capace di smascherare e superare infondate illusioni, falsi compromessi e paralizzanti paure. E quel realismo si espresse nell'amaro giudizio del Pontefice di Desio al termine della vicenda riproposta dal volume di Paolo Valvo: «È confortante che l'avvenire sia nelle mani di Dio: ma il presente è nelle mani dei farabutti».

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