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Se lo sviluppo fa l'indiano

· Tutte asiatiche le prospettive di crescita economica ·

Sono tutte asiatiche le prospettive di sviluppo economico. Ma non manca qualche sorpresa, indiana soprattutto. L’India ha attualmente la seconda crescita più alta al mondo, ma nel 2018 sorpasserà la Cina. Ne sono convinti gli esperti dell’Economist Intelligence Unit (Eiu), il think tank della rivista economica britannica, che ieri ha presentato a New Delhi uno studio di previsioni per il prossimo quinquennio.

A margine della presentazione, scrive l’agenzia di notizie indiana Ians, l’esperto di analisi economica Anjalika Bardalai ha indicato: «Prevediamo che l’India supererà la Cina come l’economia di maggiore crescita nel 2018. Ci attendiamo che l’India cresca a un tasso annuale medio dell’8 pee cento nei prossimi cinque anni».

Lo scorso anno la Cina è cresciuta dell’8,7 per cento nonostante la crisi mondiale. Secondo la Banca mondiale dovrebbe raggiungere il 9,5 per cento nell'anno in corso. All’inizio di marzo il premier Wen Jiabao ha però assicurato che «l’obiettivo di crescita per i prossimi anni è l’8 per cento».

«The Economist» stima che la locomotiva indiana correrà a un ritmo del 6,8 per cento nell’anno fiscale in corso — che va da febbraio 2009 a marzo 2010 — mentre nel 2010-2011 la crescita del pil salirà al 7,7 per cento e successivamente all’8. Il Governo indiano ha invece stimato per il 2009-2010 una crescita del 7,2 per cento e dell’8,7 per l’anno successivo. L’analista invita però alla cautela: «Questa robusta ripresa potrebbe essere rallentata da alcuni rischi di instabilità a livello macroenomico, tra cui quello di un’inflazione troppo elevata».

La Banca mondiale, che come detto ha alzato al 9,5 per cento la sua previsione sulla crescita dell’economia cinese nel 2010, ha intanto invitato Pechino a rivalutare lo yuan, come viene chiesto con insistenza dagli Stati Uniti. La Banca mondiale sostiene che una rivalutazione sarebbe nell’interesse della Cina, per «riorientare la crescita verso i servizi e il consumo piuttosto che sull’industria e gli investimenti». Inoltre, uno yuan più alto «aiuterebbe la Cina a sganciarsi dalla dipendenza del ciclo economico americano».

La tensione intorno allo yuan è salita a tal punto che il Congresso statunitense ha minacciato dazi sui prodotti cinesi se Pechino non rivaluterà la sua moneta. Dopo la lettera inviata da 130 parlamentari a Washington per chiedere che Pechino venga bollato come Paese che manipola volontariamente la propria valuta, è approdato ieri al Senato un progetto di legge bipartisan che aumenta la pressione sull’amministrazione Obama. «Lo yuan è sottovalutato del 25-30 per cento e questo fa sì che i prezzi dei prodotti siano più bassi: non è corretto», ha affermato il senatore democratico Debbie Stabenow, una delle promotrici del progetto. «Il fatto che la Cina manipoli la valuta sarebbe inaccettabile già in un momento economico buono — ha spiegato Charles Schumer, a cui si deve l’iniziativa del progetto di legge — ma ora con una disoccupazione al 10 per cento non può essere tollerato».

La proposta in Senato mostra come la questione sia «molto sentita e questo è comprensibile» ha commenta il segretario al Tesoro Timothy Geithner in un’intervista a Fox Business, durante la quale ha precisato che la Cina alla fine deciderà che «uno yuan flessibile è nel suo interesse». Geithner il prossimo 15 aprile presenterà il rapporto semestrale sulle pratiche commerciali dei maggiori partner statuitensi. Con la pressione su Washington in aumento Pechino, primo creditore americano, preme a sua volta sulle multinazionali statunitensi in Cina, inducano l’amministrazione di Barack Obama a non adottare i misure protezionistiche.

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