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Se l’etnologo scompagina l’accademia

· René Girard e il capro espiatorio ·

Che cosa ha spinto l’essere umano al sacrificio e poi al rito? Qual è stata la motivazione? Qual è l’origine delle religioni? Che cosa è il rito? Quale ruolo ha il linciaggio nel processo di ominizzazione? Per rispondere a questi non facili interrogativi René Girard tra il 1961 e il 1982 ha scritto i suoi libri di maggiore successo: Mensonge romantique et vérité romanesque , La violence et le sacré , Des choses cachées depuis la fondation du monde e Le bouc émissaire . Libri nei quali lo studioso francese ha esposto le ricerche da lui effettuate in materia di desiderio, di religione che libera l’essere umano dalla violenza, divinizzandola, e in tema di omicidio collettivo come momento fondatore smascherato dall’antropologia evangelica.

Tutto ciò detto in estrema sintesi per ricordare alcuni degli argomenti che hanno reso famoso Girard. Non senza tuttavia che suscitassero dissenso in taluni, tant’è vero che nel 1983, quando Girard si era ormai trasferito negli Stati Uniti, e prima della pubblicazione di altri testi altrettanto significativi, si è tenuto, a Santa Cruz in California, un convegno per sottoporre la genetica culturale di Girard, fondata sulla vittimizzazione, a una sorta di verifica.

Relegati nel circuito specialistico e accademico che li aveva generati, gli atti del convegno citato avrebbero continuato a vivere lontano da ogni ribalta se non fossero stati ripresi e tradotti dall’editore Flammarion che ora li pubblica sotto il titolo di Sanglantes origines (Paris, 2011, pagine 390, euro 23). Un testo che si raccomanda se non altro perché risponde all’attesa dei lettori di Girard interessati a conoscere le critiche rivolte al suo pensiero e alle sue intuizioni, per accoglierle o eventualmente respingerle.

Tra gli invitati al convegno californiano, Walter Burkert e Jonathan Z. Smith, entrambi storici delle religioni.

Con la promessa di tornare in seguito sul contenuto dei loro interventi, urge ricordare come ciò che di Girard suscita perplessità sia il suo metodo. Perplessità dell’accademia che si sente spiazzata dalla scioltezza con cui, da etnologo attento a come si sia formata la società, Girard passa dai romanzi classici alla tragedia elisabettiana e greca, ai miti e ai testi religiosi antichi, rileggendoli come fossero manuali di antropologia.

In questa prospettiva, i divieti e le istituzioni di ogni tempo non appaiono come edifici nati dal nulla, grazie a un miracolo o a un patto, ma come costruzioni dovute all’unanimità meno uno, la vittima, che paga con la sua espulsione e divinizzazione il ritorno all’ordine sospeso da una crisi di violenza in cui i componenti della collettività in esame hanno perso le differenze.

Riconoscere l’ipotesi mimetica di Girard sulla dipendenza del desiderio, sulla soluzione vittimaria e sul sacro della «violenza che ferma la violenza» come ripiego religioso e liberatorio che domina nel mondo arcaico, vuol dire vedere compromessi anche i principi di autonomia e indipendenza del soggetto cari alla tradizione successiva, romantica e illuministica.

Vuol dire inoltre dover accogliere la diversità della tradizione giudaico cristiana secondo la quale Gesù non è più un mito, ma la rivelazione della verità dell’innocenza della vittima sulla cui colpa si reggeva il mondo antico, come succede a Tebe contaminata dalla peste di cui è accusato il suo re Edipo. E, ancora, vuol dire dover rinunciare all’idea che esistono solo le verità sulle quali ci si mette d’accordo e disdire i principi su cui si fonda il relativismo: che un giudizio vale l’altro, che l’etnocentrismo è fuori gioco, che non riconoscere l’unicità della tradizione giudaico cristiana rientra nel dovere di rispettare le differenze e così via.

Sennonché Girard è il primo a far presente che l’elemento che unisce Gesù ad altri capri espiatori come re Edipo è proprio la Passione, il sacrificio che nei Vangeli viene esaminato per la prima volta nella prospettiva dei vinti e non dei potenti e delle folle, diventando così a sua volta fondativo di una nuova società. Una società — cosa di cui Girard non smette mai di ricordare — che non dispone più dei freni pagani della divinizzazione della vittima, perché dalla rivelazione in poi la violenza è libera, terribile e nelle mani dell’umanità resa responsabile dalle parole di Gesù rivolte alla folla pronta a lapidare l’adultera.

Stando così le cose, si capisce come gli altri interventi letti al convegno sui riti sacrificali e sulle origini della cultura abbiano parlato d’altro senza prendere di petto il pensiero di Girard. E mentre il testo di Burkert, rifacendosi all’aggressività animale di Lorenz, esamina i processi di ominizzazione trasmessi dai riti sacrificali, quello di Smith, interpretando lo spirito minimalista e prudente di chi si preoccupa soprattutto di definire ciò che va evitato, si limita alle piccole verità di superficie dove il sacrificio viene spiegato alla luce dell’addomesticazione e della macellazione animale.

Pertanto l’ipotesi di vedere in Girard un possibile capro espiatorio, naturalmente scientifico, non dipende tanto dal fatto che attraverso i suoi studi e i suoi libri egli abbia riportato l’attenzione su una verità che brilla nelle pagine dei testi della tradizione giudaico cristiana. Dipende invece dal fatto che nell’illustrarla egli abbia mostrato come la difesa della vittima, bandiera che abbiamo visto sventolare in casi di emergenza umanitaria, abbia prodotto e stia producendo una nuova forma di persecutori, quella dei salvatori di professione e di coloro che usano la difesa della vittima per soddisfare il loro risentimento.

È l’arte di creare nuove vittime fingendo di andare in loro soccorso, come detto da Gesù in Matteo , 24, 28 parlando dei falsi messia: «Dovunque sarà il cadavere, là si raduneranno gli avvoltoi».

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