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Se l'anima
si vende ai quattro venti

· ​Storie di sopravvivenza nel romanzo della scrittrice tunisina Azza Filali ·

Cinque storie, cinque motivi composti su unico pentagrammma narrativo, orchestrati dall’inizio alla fine in armonia tra loro, ma eseguiti su autonome tonalità: sono le storie contenute nel romanzo della scrittrice tunisina Azza Filali Ouatann, ombre sul mare (Roma, Fazi editori, 2015, pagine 316, euro 17.50) , medico di professione e dottore in filosofia. A sua volta, il significato del titolo suona in cinque accordi diversi: ouatann sta per patria (nel senso di casa e intimità), per tradizione (o anche memoria collettiva), per lingua, identità (di princìpi, usi e costumi) e, infine, per prassi esistenziale. I protagonisti sono un’avvocatessa con scarse prospettive di carriera e di talento ancor più scarso (Michkat); un manutengolo disoccupato dedito al gioco e alle donne (Rached); un trafficante reo di vari illeciti tra mafia, contraffazione e ricorso alla violenza (Mansour); un disonesto ingegnere ex detenuto (Naceur); una laureata in legge (Faiza). 

Sia pur dediti ciascuno alla sopravvivenza personale, e perciò sempre largamente disinteressati al destino degli altri, i tipi di questa scompagnata compagine ruotano attorno a una villa semiabbandonata fronte mare, nei pressi di Biserta: una villa di cui Michkat è proprietaria e che visita non più di un paio di volte all’anno, ma che nel contesto del libro fa da rifugio agli altri per inconfessati ma immaginabili motivi. È il 2008: nel contesto della “primavera araba”, la Tunisia è prossima alla rivoluzione dei gelsomini, dopo il governo di Habib Bourguiba (1957-1987), finito in un oscuro crepuscolo, e quello successivo di Ben Alì (1987-2011), a suo volta tristemente noto per repressione e disastro sociale. E questo contesto storico, descritto con vividezza e passione, non può che richiamare l’avvenimento di questi giorni, ovvero l’assegnazione del Nobel per la pace al Quartetto per il dialogo nazionale tunisino, per aver dato un decisivo contributo» alla costruzione di una democrazia pluralista in Tunisia «alla luce della rivoluzione dei gelsomini nel 2011».
«L’uno dopo l’altro, i quartieri hanno raggiunto il clan dell’affarismo, Tunisi è cresciuta senza ritegno vendendo la sua anima ai quattro venti» si legge in una pagina del romanzo. Un destino comune ai Paesi del Magreb (Tunisia, Algeria, Marocco), oltre che a un intero continente, è quello di condividere l’infido Mediterraneo dalle migliaia di «ombre sul mare». A un certo punto del libro si legge: «imbarchiamo venti tizi puliti ed educati, con la fedina penale vergine. I guardia-coste si beccano la loro bustarella; dall’altro lato, un battello aspetta e in quattro ore si arriva a Palermo». I giovani se ne vanno verso l’altra sponda, perché ormai l’alternativa è fuggire o morire, perché si muore, oltre che di fame e di guerra, di perdita di identità, corruzione, disoccupazione, infami condizioni di vita, trionfante malavita e ricatti. «Cosa fare di questo paese» si chiede Azza Filali. E aggiunge «Suvvia, potremmo chiuderlo perché non è “in conformità alle norme vigenti”». Nell’imperante miseria, nel tradimento delle più elementari aspettative, l’azzardo della traversata è una scommessa come un’altra. « Perché mai non ne avrei diritto?» si chiede Michkart, alla fine di un precario lavoro temporaneo e di nuovo disoccupata. Alterne vicende senza sbocco, non esenti da momenti arrischiati (c’è anche un delitto). Non per nulla si cita Camus dello smarrito Mersault convinto dell’assurdità di una vita assediata dalla disperazione. In questo torbibo e complesso scenario la prosa di Filali risulta educata, gentile, e spesso rivela una grande forza metaforica. Sulla tragedia del singolo e dell’ intera Nazione torreggiano un paesaggio e una natura di maestosi, di immacolata bellezza. Dalla terrazza della casa il mare riempie il mondo e quando gli uomini o le donne non la abitano vi si coglie un fruscìo di minuscole felicità. Soprattutto «a mezzogiorno, quando il sole accende il mare che gli si offre nudo e incandescente».

di Claudio Toscani

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