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Se la Shoah modifica il Dna

· A proposito degli inquietanti risultati di uno studio ·

Una ricerca che farà molto discutere e aprirà nuove prospettive tanto agli scienziati che al più vasto pubblico è quella condotta al Mount Sinai Hospital di New York dall’équipe guidata da Rachel Yehuda, professore di psichiatria e neuroscienza e affermata ricercatrice degli effetti dei traumi ambientali sulla genetica umana (studi simili erano invero stati condotti sugli animali ma non sull’uomo). La ricerca è stata oggetto di un ampio articolo su «The Guardian» ed è stata ripresa dal «Corriere della Sera» del 23 agosto in un articolo di Anna Meldolesi.

In sostanza, questa è la domanda che la dottoressa Yehuda si è posta: gli stress e i traumi, fattori ambientali per eccellenza, hanno effetti anche sui geni, tali quindi da continuare nelle generazioni successive, o si limitano alla sfera psicologica? La risposta della scienziata è positiva, e tanto più significativa in quanto la ricerca si è svolta analizzando il Dna di trentadue sopravvissuti alla Shoah, uomini e donne, e dei loro figli.
I risultati sono molto rilevanti: tanto nei sopravvissuti che nei loro figli si sono rilevate modificazioni genetiche che non si trovano nei geni di altri ebrei che non sono passati attraverso l’esperienza della Shoah.
Insomma, il trauma per eccellenza del Novecento, il campo di sterminio, non si è limitato a lasciare tracce indelebili nell’animo di chi lo ha vissuto, ma ha anche portato a modifiche del suo Dna, rafforzando le difese di fronte al trauma, e si è trasmesso ai figli. E chissà, forse, alle successive generazioni.
Che la Shoah sia stata in grado di influenzare non solo la mente di quanti l’avevano sperimentata sulla loro pelle ma anche quella dei loro figli e nipoti, è qualcosa che si sapeva da molto tempo e su cui ci sono molti lavori di psichiatri e psicoanalisti.
Dal libro di Helen Epstein, Figli dell’Olocausto. Conversazioni con i figli dei sopravvissuti (1979), uno dei primi lavori che prendevano in considerazione l’idea di una trasmissione intergenerazionale del trauma della Shoah, allo studio di Dina Wardi, psicoterapeuta israeliana di origine italiana che si è occupata a lungo dei figli dei sopravvissuti: fra l’altro nel suo splendido Le candele della memoria (tradotto in italiano nel 2013) ha elaborato l’affascinante teoria che in ogni famiglia sia uno soltanto dei figli a prendersi il compito di trasmettere la memoria. Vi sono poi molti altri lavori, tutti però centrati su un approccio psicoanalitico e non genetico.
Ora, invece, lo studio condotto al Mount Sinai Hospital di New York travolge completamente il sapere acquisito, e sembra seppellire definitivamente le teorie freudiane. È la domanda chiave di ogni studio di questo genere: siamo di fronte a fattori psicologici o neurologici?
Bisogna però chiarire — a parziale approfondimento e correzione di un’immagine puramente «fisica» — che almeno una parte degli scienziati distingue tra quella che viene chiamata «eredità epigenetica», cioè basata sulle trasformazioni indotte sui geni dall’ambiente, e il resto del patrimonio genetico: una via, insomma, per conciliare la genetica con l’apporto ambientale.
Il team guidato da Yehuda ha analizzato in particolare un gene legato allo stress, individuando proprio in questo le modifiche indotte dall’esperienza dei campi nei sopravvissuti e nei loro figli, e non reperibili in altri gruppi.
È uno studio estremamente importante, che induce evidentemente molte domande. Esso è stato condotto sul confronto tra ebrei sopravvissuti ed ebrei che non hanno vissuto la Shoah, e che quindi non ne hanno memoria genetica diretta. Ma Yehuda e la sua équipe hanno lavorato su molti altri gruppi esposti a traumi, come i sopravvissuti dell’11 settembre.
E, allora, la teoria della modificazione genetica e della sua trasmissione intergenerazionale si applica alla sola Shoah o a molti gruppi sottoposti a stress e disastri di grande entità? Che dire dei sopravvissuti agli altri genocidi o a tragedie collettive di grandi dimensioni? Ne risulterà un rafforzamento della teoria ormai molto rivisitata dell’unicità della Shoah o una sua ulteriore revisione critica? E che spazio sarà allora riservato alla memoria storica, che certo non è assente nei gruppi ebraici che non hanno avuto rapporti diretti con lo sterminio, come gli ebrei emigrati negli Stati Uniti, ma che lo conoscono, lo rivivono, ne trasmettono la memoria? Dovremo distinguere tra memoria storica e memoria genetica, tra quello che l’individuo porta iscritto nel suo Dna, indipendentemente dalle sue conoscenze, e la consapevolezza, il sapere, l’immedesimazione?

Insomma, i quesiti che si aprono se queste ricerche troveranno conferma sono tali da mettere in discussione molte delle nostre nozioni e delle nostre concezioni. E da farci tremare le vene e i polsi.

di Anna Foa

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27 gennaio 2020

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