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Se la fisica fa spettacolo

· «Il senso della Bellezza», un docufilm sugli esperimenti del Cern ·

«Potremmo avere davanti un elefante e non vederlo. Non abbiamo gli “occhi” giusti, le domande giuste per capire davvero i dati che raccogliamo»: la voce fuori campo di uno scienziato accompagna, con la sua disarmante franchezza, i primi fotogrammi del docufilm Il senso della Bellezza — arte e scienza al Cern di Valerio Jalongo (una produzione italo-svizzera del 2017, ancora in programmazione nei cinema italiani).

Un’immagine dell’acceleratore di particelle del Cern di Ginevra

Sullo schermo, mari squassati dalla tempesta, riprese aeree di foreste pluviali, montagne innevate illuminate dal sole, bui spazi interstellari; quello che gli astronauti chiamano black velvet, velluto nero, qualcosa che comunica — assicurano tutti una volta tornati sul pianeta azzurro — un profondo senso di pace e di bellezza. «La natura — continua il fisico intervistato da Jalongo — ci sta sottoponendo a una specie di terapia shock; come se volesse farci capire quanto poco sappiamo della sua struttura più intima».

A tanti secoli di distanza resta vero il socratico “so di non sapere” e l’enigmatico frammento di Eraclito «la natura ama nascondersi». La scienza del XXI secolo, chiosa il regista, apparentemente descrive in modo esauriente la realtà, ma di fatto ce la restituisce frantumata, come riflessa in uno specchio rotto. Una verità scomoda ma evidente se si pensa al problema della materia oscura, quella massa “mancante” che sappiamo esistere perché esercita un’attrazione gravitazionale sulle galassie ma non possiamo vedere perché oscura, in quanto non emette radiazione elettromagnetica. Un problema ancora insoluto e davvero enorme, visto che la materia oscura costituisce oltre il novanta per cento della massa dell’universo.

Non solo: tutta la fisica quantistica è anti-intuitiva, e sfida continuamente il principio di non contraddizione. «Se credete di aver capito la teoria dei quanti, vuol dire che non l’avete capita» amava dire Richard Feynman, trasformando in paradosso l’analoga frase di Niels Bohr «quelli che non rimangono scioccati, la prima volta che si imbattono nella meccanica quantistica, non possono averla compresa».

Quattro anni dopo la sensazionale scoperta del Bosone di Higgs, le telecamere di Jalongo entrano nei locali del Cern — non solo nel tunnel dell’acceleratore di particelle, il Large Hadron Collider, ma anche nei luoghi dove studiosi di fisica provenienti da tutto il mondo studiano, mangiano e lavorano insieme — alla vigilia di un nuovo esperimento. «Insieme un viaggio nel tempo più lontano — si legge nelle note di regia del docufilm — e nello spazio più piccolo immaginabile.

Così l’infinitamente piccolo e la vastità dell’universo schiudono le porte di un territorio invisibile, dove gli scienziati sono guidati da qualcosa che li accomuna agli artisti». La materia, nell’infinitamente piccolo, è più simile a una danza di onde che a un pallottoliere; per questo i fisici devono chiedere aiuto agli artisti per spiegare ai non addetti ai lavori le loro scoperte, cercando nuovi mezzi di comunicazione. La musica, ad esempio, viene usata spesso al posto dei vecchi e ormai inadeguati modelli visivi.

Il senso della Bellezza – arte e scienza al Cern è un viaggio, frutto di cinque anni di lavoro, «tra scienziati che hanno perso l’immagine della natura e artisti che hanno smarrito la tradizionale idea di bellezza, attraverso macchinari che assomigliano a opere d’arte e installazioni artistiche che assomigliano a esperimenti». Nel suo primo giorno di programmazione al cinema si è aggiudicato il terzo posto per numero di presenze: per un documentario, un risultato davvero notevole.

Il segreto del suo successo forse è proprio nel titolo. Lungo la linea d’ombra in cui scienza e arte, in modi diversi, inseguono la verità, si avventura quello che nel film è chiamato “il settimo senso”, la capacità di percepire la bellezza, l’armonia nascosta nella simmetria di un fiore come la semplice eleganza di una formula matematica capace di descrivere, con pochi caratteri disegnati su una lavagna, fenomeni complessi.

di Silvia Guidi

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13 dicembre 2017

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