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Se la competizione fra scienziati
genera bufale

· ​Le frodi nelle pubblicazioni scientifiche ·

Le frodi nelle pubblicazioni scientifiche e l’integrità nella ricerca sono oggetto di crescente attenzione da parte non soltanto degli ambienti scientifici direttamente coinvolti, ma anche del pubblico. Il fenomeno delle frodi nelle pubblicazioni scientifiche occupa spazi crescenti nella stampa ed è stato recentemente oggetto di una raccolta di articoli pubblicati su «Le Monde».

Molte sono le modalità con cui si realizzano frodi, e in particolare: plagio, duplicazione di articoli già pubblicati, falsificazione nella paternità delle pubblicazioni (con esclusioni o introduzioni indebite di autori), falsificazione parziale o completa dei dati e dei risultati della ricerca. Quest’ultima modalità è particolarmente grave.
Ogni anno centinaia di articoli scientifici vengono ritrattati, cioè giudicati non veritieri, dopo la pubblicazione. Le ritrattazioni sono frequenti anche nelle riviste scientifiche più prestigiose e nelle quali il controllo della qualità degli articoli proposti per la pubblicazione è (o pare essere) più rigoroso.
Secondo dati (non falsificati!) pubblicati nella rivista «PLoS One», il 14,12 per cento dei ricercatori reputa che i colleghi abbiano falsificato dati (e il numero sale al 72 per cento se si considerano scorrettezze minori), ma soltanto l’1,8 per cento ammette di aver falsificato dati.
«Le Monde» cita vari casi recenti, ma il fenomeno delle falsificazioni non è nuovo nella storia della scienza. Non pochi casi hanno scosso per anni intere discipline. Si pensi, per esempio, al caso di Charles Dawson, che nel 1912 sostenne di aver trovato a Piltdown i resti dell’“anello mancante” tra la scimmia e l’uomo. L’Eoanthropus dawsoni (dal nome dello “scopritore”) segnò gli sviluppi della paleoantropologia fino a quando, nel 1953, si scoprì che i resti erano una contraffazione, ottenuta combinando l’osso mandibolare di un orango con frammenti di cranio di un uomo moderno.
In anni recenti, tuttavia, il fenomeno delle falsificazioni ha avuto una crescita continua. Uno dei motivi di ciò è la sempre più accesa competizione tra scienziati. Le più clamorose falsificazioni hanno avuto esiti tra loro diversi.
Il 17 giugno 2005 Woo Suk Hwang, scienziato sudcoreano già acclamato come eroe nazionale per suoi precedenti studi, pubblicò in «Science» uno studio con la descrizione della clonazione di blastocisti umane per ricavarne cellule staminali.
A parte la violazione di principi di etica basilari, lo studio, potenzialmente dirompente per i possibili sviluppi, fu presto smascherato: i risultati di nove delle undici linee cellulari utilizzate erano falsi e anche nelle restanti due non vi era alcuna clonazione. Hwang si dimise dai suoi incarichi, ma tuttora è coinvolto in controverse ricerche. Per esempio, collabora con Shoukhrat Mitalipov, uno scienziato russo che da tempo opera alla Oregon Health and Science University e che è ora impegnato in sperimentazioni di “sostituzione mitocondriale”, cioè per la creazione di embrioni con il Dna di tre “genitori”.
Altri casi hanno avuto ben altra evoluzione. Si è dimostrato che l’“acquisizione di pluripotenza per stimolazione” (Stap), presentata dalla rampante ricercatrice giapponese Haruko Obokata come un’innovativa tecnica per produrre cellule staminali pluripotenti era falsa. La rivista «Nature» che il 30 gennaio 2014 aveva pubblicato la ricerca, ha ritirato l’articolo. Yoshiki Sasai, un noto scienziato coautore della ricerca, non ha resistito alla vergogna e si è suicidato.
Oltre le vere e proprie falsificazioni, sono possibili “ritocchi” per far propendere i dati verso ciò che l’autore vuole dimostrare. Anche questo non è un fenomeno nuovo. Nel 1993 James L. Mills pubblicò nel «New England Journal of Medicine» un gustoso articolo intitolato Data torturing. Complice nella “tortura” dei dati, mediante aggiustamenti per allinearli a ciò che il ricercatore intende dimostrare, è la statistica. Nel 1954 lo scrittore freelance Darell Huff pubblicò l’agile libretto How to lie with statistics, poi tradotto in varie lingue (nel 2003 anche in cinese) e tuttora diffuso. L’edizione inglese è stata venduta in oltre mezzo milione di copie.

di Carlo Petrini

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