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Se Kashima lotta col pesce gatto

· Sisma, tsunami e allarme nucleare: cosa è accaduto e cosa sta accadendo in Giappone ·

Secondo una tradizione giapponese, i terremoti sono scatenati da Namazu. un enorme pesce gatto che vive nel fango, sottoterra. Il dio Kashima, che protegge il Giappone, lo sorveglia e ne limita i movimenti con una pietra enorme dai poteri sovrumani. Quando Kashima lascia il suo posto di guardia, Namazu si agita provocando violenti terremoti. Alla fine, però, per quanto sia forte Namazu, Kashima riesce sempre a sottometterlo e ridona vita alle città.

In questi giorni, vedendo le immagini sconvolgenti della devastazione del terremoto e del conseguente terribile maremoto, sembra che Namazu si sia scatenato più orribilmente del solito e che la ripresa da questa tragedia non sarà facile per il Giappone.

Si tratta di uno dei maggiori terremoti da quando si è iniziato a misurarne l’intensità, ossia dalla fine dell’Ottocento. Questo che ha colpito il Giappone è al quarto posto (con circa 9 gradi Richter di magnitudo), mentre quello di maggior intensità mai registrato (9,5 gradi) ha colpito il Cile nel 1960. Fortunatamente la maggior parte dei terremoti più forti si sono scatenati in zone scarsamente popolate.

Fino agli anni Sessanta del secolo scorso, quando la teoria della tettonica a zolle rivoluzionò le scienze geologiche, i geologi non avevano sufficienti basi concettuali per spiegare il meccanismo dei terremoti. Ma, in seguito, quando gli epicentri di numerosi terremoti furono disegnati su un planisfero, prese forma gradualmente l’immagine di un pianeta in movimento, il cui strato più esterno e rigido, la litosfera, è diviso in zolle tettoniche: le sette più grandi coinvolgono i continenti e i bacini oceanici. Queste zolle sono spostate da forze che si originano all’interno della Terra, dove le rocce sono allo stato fuso. Si muovono lentamente, al massimo alcuni centimetri l’anno, scorrendo su uno strato più molle e più plastico detto astenosfera. Entrano, però, in collisione lungo i margini scatenando gli impressionanti terremoti che deformano la Terra.

Osservando in una mappa gli epicentri sismici relativi all’area dell’Oceano Pacifico si può vedere il loro impressionante affollamento lungo i margini della grande Zolla Pacifica. È questa la «cintura di fuoco del Pacifico»: una zona segnata da frequenti terremoti ed eruzioni vulcaniche, estesa per circa quarantamila chilometri tutto intorno all’oceano, con una forma che ricorda grossolanamente un ferro di cavallo. È caratterizzata dalla presenza di numerosissimi archi insulari, tra cui il Giappone, fosse oceaniche e catene montuose vulcaniche.

Sulla «cintura» si verifica circa il 90 per cento dei terremoti del mondo (e quindici tra i sedici più violenti), compreso quello che ha attivato, il 26 dicembre 2004, lo tsunami a Sumatra che ha ucciso circa 230.000 persone. Ma su questa cintura si trovano pure la California, l’Alaska, le Filippine, l’Indonesia. Sul versante ovest dell’Oceano Pacifico, però, si ha la peggiore minaccia di terremoto, lì, dove la zolla gigantesca entra in collisione con l’Asia, lungo la fossa del Giappone.

L’arcipelago giapponese ha circa la stessa superficie della California, ma è cinque volte più popolato. La predisposizione del Paese orientale ai sismi fa sembrare la California un paradiso: le isole giapponesi sono, infatti, sconvolte dal 15 per cento dell’energia sismica della Terra. Ogni anno queste terre sono colpite da più di mille scosse percettibili. Molte di esse, per fortuna, si verificano con danni minimi o di lieve entità, anche grazie a misure preventive tecnologicamente avanzatissime. Ma periodicamente, anche qui, i sismi causano catastrofi.

Sono state due le devastanti scosse dell’11 marzo che hanno messo sottosopra la zona nord-orientale del Paese, causando una serie di crolli. Due frustate dalla durata di ben due minuti. La prima delle due scosse — alle 14.46 locali — ha toccato magnitudo 7,9, fino ad arrivare a 9. L’epicentro è stato registrato a una profondità di 24,4 chilometri, circa a 81 miglia da Sendai, nello Honshu. L’ulteriore scossa di magnitudo 7,8 si è verificata alle 15.15 locali al largo di Ibaraki, alla profondità di 80 chilometri.

Lo tsunami successivo, molto più distruttivo del sisma si è scatenato lungo la costa di Sendai portando con sé onde di circa dieci metri d’altezza e penetrando all’interno della costa per chilometri, È passato oltre gli argini, spazzando via ogni cosa nel suo percorso prima di invertire la direzione e trasportando le automobili, le case e altri detriti fuori nel mare.

Non scendiamo nei dettagli di una cronaca che è già ben conosciuta e che si aggiorna di ora in ora. Ricordiamo solo che un terremoto di simili proporzioni — ha generato una potenza trentamila volte superiore di quella del sisma che ha distrutto L’Aquila — avrebbe potuto, a detta degli esperti, annientare una città come Roma. La diffusione di costruzioni antisismiche sull’intero territorio giapponese ha certamente evitato, per quanto riguarda il terremoto, un disastro di proporzioni immani, ma niente può essere fatto per prevenire i danni dello tsunami, se non abitare molto lontano dalle coste.

Inoltre, tragedia nella tragedia, ci sono i danni provocati alla centrale nucleare di Fukushima, una delle 25 più grandi del pianeta. I reattori si sono spenti subito, ma poi devono essere raffreddati e serve un’enorme quantità di acqua per evitare il rischio di surriscaldamento e fusione.

Gli impianti di raffreddamento di alcuni reattori sono stati, però, gravemente danneggiati, per cui le barre d’uranio, non più raffreddate, si sono, con ogni probabilità, fuse emettendo una grande quantità di gas che ha provocato due esplosioni nel primo e terzo reattore della centrale nucleare di Fukushima.

Sebbene fonti ufficiali facciano sapere che nella deflagrazione fortunatamente non è stata danneggiata la vasca del reattore, l’allarme è fortissimo e all’interno dell’impianto fervono i lavori per impedirne il crollo, che comporterebbe una catastrofe di enorme portata. La situazione ha in effetti raggiunto livelli di una criticità tale da rendere necessaria un’evacuazione di massa per le persone che risiedono in una zona di circa venti chilometri intorno alla centrale.

È stato poi decretato lo stato di emergenza per altre due centrali, quelle di Miyagi e Tokai, quest’ultima a soli 120 chilometri da Tokyo. I reattori sono stati spenti in automatico dai sistemi di sicurezza, ma al momento è stato dichiarato ufficialmente il primo stato (su tre) d’allerta, in quanto i livelli di radioattività risultano superiori a quelli consentiti.

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29 gennaio 2020

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