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Se il progresso
disprezza l’esperienza

· Dopo il crollo del viadotto autostradale a Genova ·

«Il ponte di Pavia» (incisione dell’«Almanacco dilettevole», 1832)

Una tragedia che ha colpito vittime innocenti: sprofondate nel vuoto o travolte all’improvviso da tonnellate in caduta libera sopra di loro da grandissima altezza.

Una catastrofe, che richiede piuttosto solidarietà e rispetto, con ammirazione e gratitudine per i soccorritori, che sono un esempio per tutti. Peraltro considerando le conseguenze di ogni decisione, mettendo al primo posto l’interesse generale. Occorre stabilire subito cosa fare e come. Sarebbe certamente più appropriato e utile per il futuro, piuttosto che rassegnarsi al fatalismo, rispetto al quale siamo stati messi in guardia a partire dal crollo della torre di Siloe. Si può piuttosto pensare a migliorare il futuro, per evitare che si ripetano disastri del genere, perché non succedano di nuovo cose simili ai nostri posteri:

«Quest’ultima preghiera, segnor caro, già non si fa per noi, ché non bisogna, ma per color che dietro a noi restaro» per dirla con i versi che concludono il Padrenostro di Dante. È la preghiera dei superbi, nell’undicesimo canto del Purgatorio, che pare potersi estendere e adattarsi perfettamente alla nostra presunzione e alla nostra indifferenza per chi viene dopo di noi. La gravità dell’accaduto e la responsabilità di decidere ora cosa fare, prima possibile, rispetto a quanto è successo, richiederebbero di tornare alle modalità con le quali si pianifica e si progetta, ma non è questa la sede per farlo. Si può solo dire che il traffico internazionale litoraneo e interno lungo gli snodi tra più di una grande arteria europea non dovrebbe transitare sospeso sulle abitazioni di un centro urbano. Non c’è morfologia del terreno che possa giustificare la conferma odierna di questa scelta divenuta anacronistica, da avveniristica che poteva inizialmente sembrare: mette statisticamente a grave repentaglio la sicurezza dell’abitato, aumentando anche i rischi di chi viaggia, anche solo in caso di grave incidente (se un mezzo viene sbalzato fuori dalla sede stradale rompendo o scavalcando le barriere), perfino senza cedimenti strutturali. Già Leonardo aveva immaginato di collocare il traffico pesante dei carri al di sotto e non certo al di sopra delle abitazioni.

In certi casi, i più gravi, come questo, prevalgono certamente, sulle eventuali corresponsabilità nelle scelte pregresse, quelle attuali e future. Qui e ora occorre decidere oculatamente il da farsi, agire per il meglio. Non bisogna perderlo di vista, così come dopo ogni crisi acuta occorre prima di tutto e immediatamente curare, stabilizzare, trovare e porre rimedio alle sventure. A Genova e altrove, in casi consimili. Ma per farlo con la lucidità, la calma e la determinazione necessarie occorre cercare di arginare le accuse e partire invece per quanto possibile uniti, almeno nella ricostruzione dei fatti, magari anche nella decisione dei rimedi e nella riparazione (ovviamente e purtroppo non nei casi irreparabili) dei danni.

Quello che è crollato, oltre a un viadotto autostradale, è dunque anche un convincimento molto diffuso, fondato sulla presunta superiorità del nuovo, nella certezza del progresso che a volte sconfina nel disprezzo per l’esperienza, per la pazienza, per la costanza, per l’umiltà dei lavori cosiddetti minori che tutto conoscevano tranne le logiche imprenditoriali del profitto. Svilimento connesso a una squalifica delle maestranze. Dagli stradini ai magistri viarum. Tutte le magistrature, da quella delle acque a quella del decoro urbano, prescindevano dalla convenienza economica, dalla prospettiva di profitto, nelle decisioni sulle opere pubbliche da farsi. Le nostre opere non si rigenerano, non si cicatrizzano, non si riparano da sole, come avviene in parte per la natura: richiedono costantemente la generosa lungimiranza di chi le osservi continuamente, le custodisca e sappia studiare come andranno a finire. Cosa sarà successo prima che non ne resti pietra su pietra. Dismettendo ogni presunzione di onnipotenza di committenti, progettisti e imprese, occorre rivalutare custodi e guardiani, perfino cantonieri. L’edilizia storica era pensata per durare millenni, per essere riparata anche con poveri mezzi, soprattutto per lanciare segnali ripetuti, con largo preavviso sui cedimenti. Si costruiva a partire da una attenta e approfondita osservazione dei ruderi. Poco importava che non si potesse stimare il quanto e il quando (che peraltro anche oggi sfuggono a ogni previsione e a ogni modello di calcolo): l’importante era percepire il come. E agire costantemente, per prevenire, accudire, provvedere, soccorrere.

Vi è ancora un punto che continua a sfuggire a chi dovesse cercare di comprendere come certe cose possano avvenire. Sarebbe bastato per un solo anno destinare meno di un euro a transito e si sarebbe ottenuto tutto il necessario. Insomma il denaro c’era e due volte. Su entrambi i fronti si ignora dove quelle risorse a suo tempo allocate o comunque ampiamente versate siano andate a finire, nel pubblico e nel privato. Sono considerazioni che prevengono o smentiscono la solita solfa: senza i mezzi necessari non si può far nulla. È questa la cantilena alla quale ci ha rassegnati una manipolazione delle risorse e delle intelligenze che ha rimosso l’idea di decidere prima di tutto cosa serve, per cercare (e utilizzare quindi e di conseguenza) quanto occorre per farlo. Al centro delle nostre attenzioni abbiamo posto la spesa, al punto che di questo manufatto era stato testualmente scritto due anni fa: «Il ponte è stato oggetto di manutenzioni profonde (fessurazione e degrado del calcestruzzo, nonché creep dell’impalcato) con costi continui che fanno prevedere che tra non molti anni i costi di manutenzione supereranno i costi di ricostruzione del ponte: a quel punto sarà giunto il momento di demolire il ponte e ricostruirlo». Si badi che non sono parole di un manager o di un economista, ma di un ingegnere. Non occorre certo sottolineare che quindi perfino dai tecnici la decisione risolutiva è stata dunque affidata esclusivamente al risparmio. Anche in sede di verifica strutturale. È gravissimo. Né dovrebbe essere necessario osservare come non sia detto che il rifacimento di un ponte, con curve di imbocco a gomito e al di sopra dell’abitato, sia la soluzione migliore da ripetere e riproporre. Qualcosa, poco o molto, della porzione superstite di quell’opera forse potrebbe anche essere conservato come rovina, come monito, come monumento della modernità e delle sue contraddizioni, ma non certo utilizzato (e per giunta necessariamente sgombrando stabilmente del tutto — nel caso — le aree sottostanti).

Per prendere queste decisioni andranno comunque escluse le improvvisazioni. Tra le alternative, in modo immaturo e quasi adolescenziale, scegliamo oggi piuttosto in base all’aspetto, all’apparenza, al design, al desiderio di stupire, al primato, prima che alla funzionalità e alla sicurezza. Così ormai è sempre più tatuato il pensiero dominante: pretendiamo di verificare la fattibilità delle opere sulla base delle risorse disponibili, nella presunzione che restino lì intonse in attesa di decisioni non facili, che alimentano controversie; risorse che intanto si dissolvono invece come neve al sole.

di Francesco Scoppola

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09 dicembre 2019

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