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Se il fumetto
diventa letteratura

· La vita e il pensiero di Henry David Thoreau in un graphic novel ·

Si può “ridurre” l’ispiratore di Tolstoj, Gandhi e Martin Luther King a una storia a fumetti? La risposta è sì, e per una valida serie di motivi, primo dei quali il preoccupante inabissamento della soglia di lettura in giovani — e meno giovani — nel nostro paese, che, non dimentichiamocelo, è la patria di Dante, Petrarca, Boccaccio, oltre che di Ariosto e Manzoni: l’immagine ormai rappresenta uno dei pochi, traballanti, nessi rimasti tra la letteratura e la gente.

Henry David Thoreau

È allora da prendere sul serio l’esperimento di raccontare, attraverso il graphic novel, il messaggio di uno dei maestri della moderna ecologia, Henry David Thoreau (1817-1862). A. Dan e Maximillian Le Roy, due disegnatori d’oltralpe con un debole per la divulgazione filosofica e l’attualità storico-politica, hanno dato vita a Thoreau. Una vita disobbediente (Torino, Lindau, 2019, pagine 88, euro 21), racconto grafico della vita e del pensiero di uno dei protagonisti del cosiddetto Rinascimento americano e di quel Trascendentalismo nato con il magistero di Ralph Waldo Emerson, che, lentamente, si riverserà, seppure con caratteristiche diverse, in Whitman e poi nella beat generation, per passare poi ai folk-singer (Pete Seeger e soprattutto Bob Dylan) e alla moderna ecologia che ha fatto di Thoreau uno dei suoi punti di riferimento.

Questo graphic novel, genere che ha conosciuto stagioni di altissima qualità, basti pensare al grande Will Erwin Eisner e al suo Contratto con Dio, ci conduce, con un segno sicuro e veloce, per le stesse strade di Thoreau: un ex insegnante che non condivideva i violenti metodi della scuola di allora, che avrebbe voluto a misura di natura, più che d’uomo, viste le critiche dello scrittore alle concezioni del mondo del suo tempo basate sull’esclusivo benessere economico. Una concezione dell’esistenza che per certi versi lo avvicina al John Ruskin di Fino all’ultimo (1862), in cui l’autore delle Pietre di Venezia condanna il cosiddetto progresso, compiuto ai danni di poveri sradicati dalle campagne e di bambini sfruttati nelle fabbriche inglesi: una visione drammatica della civiltà contemporanea che porterà altri, ad esempio il Dickens di Il nostro comune amico, a un pessimismo sempre più cupo e angosciato. Ma sarà soprattutto il Tolstoj nel pieno della sua crisi personale a cogliere il senso profondo del messaggio di Thoreau, basato soprattutto sull’abbandono delle fisime culturali fini a se stesse e alla riconciliazione con la natura.

La storia di Dan e Le Roy possiede il pregio dell’essenzialità, e ci trascina, con pochi ma suggestivi tratti, nei boschi attorno al lago di Walden, Massachusetts, dove lo scrittore aveva scelto di vivere per due anni in una capanna costruita da lui stesso. Egli vedeva già allora — il diario di quell’esperienza, Walden o la vita nei boschi, uscirà nel 1854 — quello che chiameremmo oggi ecosistema in pericolo per l’aggressione di una civiltà che si è lasciata alle spalle il senso stesso della vita. Il motivo del sottotitolo, Una vita disobbediente, sta nel fatto che per alcuni lo scrittore di Concord è stato l’antesignano della disobbedienza civile. In realtà egli non predicava il rifiuto della legge in sé e per sé, ma solo di quelle norme che la coscienza ci fa ritenere ingiuste, come le imposte per sostenere la guerra contro il Messico (si fece una notte in galera per non averle pagate) o lo schiavismo. La sua complessa concezione di Dio ha fatto discutere molto i suoi biografi, che hanno posto l’accento o su una forma di deismo o su un supposto panteismo, oppure sulla particolare simpatia verso il buddismo. In realtà le cose non sono così semplici, e uno dei meriti di questa storia disegnata è quello di metterci davanti un uomo in continuo mutamento, senza ortodossie ma anche senza condanne definitive. Il graphic novel ci autorizza a considerare Thoreau un uomo in perpetua ricerca, un po’ come i personaggi dell’ultimo Pirandello, che finalmente accettano la mutevolezza nascosta nelle forme della vita. Il suo pensiero trae spunto dal trascendentalismo di Emerson, anche se poi egli intraprende strade tutte sue, che hanno a che fare con un Cristo senza dogmi, con la natura divinizzata dell’induismo, ma anche con il totemismo delle popolazioni amerinde fatte fuori dalla “civilizzazione” occidentale.

Oggi che stiamo per ricordare il mezzo secolo dai tre giorni “che cambiarono il mondo”, il festival di Woodstock, sarebbe difficile ritornare a quelle speranze anche ecologiche senza il ricordo del contributo di un vero e proprio pioniere, in senso contrario a quello vulgato dalla “letteratura” western: quello di Thoreau fu il tentativo di ricominciare da capo, tornando a un’America in cui i figli e la grande madre vivevano in armonia. Un’utopia? Un sogno? Forse, ma a vedere lo stato attuale del nostro pianeta, l’unica speranza che ci rimane è quel sogno di cambiare il mondo, e noi stessi, prima che sia troppo tardi.

di Marco Testi

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26 febbraio 2020

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