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Se il Dragone perde le ali

· Le esportazioni cinesi registrano il maggiore calo degli ultimi sette anni ·

La Cina registra a sorpresa in febbraio un deficit commerciale. Il calo delle esportazioni è dovuto probabilmente a un rallentamento delle esportazioni in occasione delle festività del nuovo anno lunare. Il dato non è mai stato così basso negli ultimi sette anni.

Secondo le ultime stime diffuse oggi, in febbraio il deficit cinese è stato di 7,3 miliardi di dollari, con un aumento delle importazioni del 19,4 per cento e delle esportazioni del 2,4 per cento. La notizia è stata accolta con favore dal Governo di Pechino, impegnato in una difficile battaglia per contenere l’inflazione entro il quattro per cento l’anno. «Ci aspettavamo un rallentamento delle esportazioni ma nessuno pensava che sarebbero state così deboli» ha dichiarato Nie Wen, un analista del Hwabao Trust di Shanghai. L'esperto ha aggiunto che «probabilmente», le esportazioni cinesi riprenderanno a crescere nei prossimi mesi, ma non è detto.

La vera minaccia che incombe sull’economia cinese non si chiama inflazione. Il pericolo arriva dalle banche. Il rischio dello scoppio di una bolla speculativa capace di innescare una crisi del sistema finanziario cinese non è affatto tramontato: secondo Fitch, c'è il sessanta per cento di possibilità che un tale evento si verifichi entro il 2013. «Stiamo parlando di una crisi sistemica — ha dichiarato a Bloomberg il senior director della sede londinese di Fitch Richard Fox — qualcosa che coinvolge tutte le banche più importanti e, tecnicamente, decapitalizza il sistema bancario».

Il responso dell’agenzia di rating assegna a Pechino un grado di rischio molto elevato. Le ragioni vanno ancora una volta rintracciate nell’imponente massa di liquidità immessa nel sistema dalle banche a partire dal 2009: nell’ambito delle misure straordinarie varate dal Governo per fronteggiare la crisi globale, gli istituti di credito cinesi hanno concesso tra il 2009 e il 2010 nuovi prestiti per 17500 miliardi di yuan, pari a circa 2700 miliardi di dollari o 1917 miliardi di euro. Gran parte di questo immenso flusso di denaro è stato utilizzato per la realizzazione di progetti immobiliari, causando continui aumenti nel valore delle proprietà, che secondo l’Ufficio Nazionale di Statistica nel 2010 sono cresciuti in media del 18 per cento.

Pechino ha messo in campo finora diverse misure, tanto per frenare la corsa al credito in generale (aumenti dei tassi d’interesse e dei coefficienti di riserva obbligatoria delle banche) che per rallentare i prestiti al settore immobiliare nello specifico (stress test per valutare l’impatto di un crollo dei prezzi delle case, limitazioni ai prestiti concessi ai veicoli finanziari delle amministrazioni locali).

Un discorso a parte lo meritano proprio le amministrazioni locali: a partire dal 2008, per aggirare il divieto di ottenere finanziamenti, queste hanno creato le Lic, acronimo che sta per Local Investment Companies . Si tratta di agenzie semipubbliche ai cui vertici siedono uomini di fiducia delle amministrazioni. Tali agenzie hanno ottenuto credito dalle banche presentando come garanzia il più importante asset che possiedono: la terra. Secondo un recente rapporto della China Banking Regulatory Commission , le Lic avrebbero ottenuto prestiti per 7660 miliardi di yuan (839 miliardi di euro, al cambio attuale), dei quali il 23 per cent0 andrebbe ormai classificato come credito in sofferenza e il 50 avrebbe un esito incerto.

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