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Se il cinema western diventa d’autore

· Dieci film di genere per dipingere un’epopea che parlando della conquista racconta la natura umana ·

Stilare classifiche dei film è sempre stato soltanto un gioco, al massimo il pretesto per un dibattito. Non di meno, è un gioco al quale è difficile sottrarsi. Soprattutto quando si sente il bisogno di ricordare opere e autori che rischiano di venire dimenticati dal grande pubblico. E ciò vale soprattutto per il western, un genere finito già da mezzo secolo, e che da allora viene fatto rivivere attraverso pallide rivisitazioni che ne mantengono in realtà soltanto la superficie iconografica. È il caso ovviamente anche degli spaghetti-western, cinici film d’azione ambientati nel West, spesso geniali dal punto di vista strettamente registico, ma privi dei grandi temi del genere: il rapporto fra uomo e natura, fra individuo e comunità, fra l’uomo e la Storia con la “s” maiuscola. E di conseguenza dello stile dalla grammatica classica che può supportare un così ampio respiro.

Questa dunque la nostra personale top ten western.

Al decimo posto Sfida nell’Alta Sierra (Ride the high country, Sam Peckinpah, 1962). Al nono posto Quel treno per Yuma (3:10 to Yuma, Delmer Daves, 1957). All’ottavo posto La valle dei mohicani (Comanche station, Budd Boetticher, 1960). Al settimo posto Sentieri selvaggi (The searchers, John Ford, 1956). Al sesto posto Il massacro di Fort Apache (Fort Apache, John Ford, 1948). Al quinto posto L’uomo di Laramie (The man from Laramie, Anthony Mann, 1955). Al quarto posto Il fiume rosso (Red river, Howard Hawks, 1948). Al terzo posto La carovana dei mormoni (Wagon master, John Ford, 1950). Al secondo posto Donne verso l’ignoto (Westward the women, William Wellman, 1951). Al primo posto Sfida infernale (My darling Clementine, John Ford, 1946). La vetta non poteva non essere di Ford e di uno dei film più belli di tutta la storia del grande schermo, forse il maggiore esempio di come si possa fare cinema d’autore partendo da quello di genere. Una delle storie più raccontate dal western, quella dello sceriffo di Tombstone Wyatt Earp e della sfida all’Ok corral, nelle mani di Ford diventa poesia in movimento. Non contano tanto le pur mirabili dinamiche drammaturgiche — lo scontro fra l’uomo del West vecchio stile, rozzo ma onesto, Henry Fonda, e l’uomo nuovo, raffinato ma corrotto Victor Mature; l’impietosa selezione naturale del West che fa soccombere i più deboli — quanto i momenti di calma con cui Ford ci fa respirare l’atmosfera di un mondo leggendario. Su tutti, quello in cui Fonda si dondola su una sedia sotto un portico, osservando la cittadina che ha deciso di pacificare. Pochi minuti che valgono come un manifesto di cinema antinarrativo e di autorialità in anticipo di parecchi anni su chi teorizzerà il concetto di cinema d’autore, e messo in pratica in piena epoca di dispotico studio-system.

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20 agosto 2018

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