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Se Gesù muore in Sardegna

· Essenzialità del linguaggio e spiritualità profonda nel film «Su Re» ·

«Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per potercene compiacere». L’immagine di Gesù nel film Su Re di Giovanni Columbu è quella della profezia di Isaia. Un uomo fra i tanti che soffrono e muoiono. Un uomo tra gli uomini che non ha riferimenti nell’iconografia classica, nell’immagine  tramandata dai grandi pittori e tanto meno in quella cinematografica. Lontanissimo, per intendere, dalla figura di Cristo nel Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, dalla Passione di Cristo di Mel Gibson o dall’Ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese.

È bene, quindi, cancellare ogni riferimento al già visto quando comincia il film di Giovanni Columbu e la cinepresa fissa il volto di Cristo interpretato da Fiorenzo Matu. È bene dimenticare la Palestina e i sassi di Matera, o i sereni paesaggi dei quadri rinascimentali.

Gesù muore in Sardegna. È qui, fra monti selvaggi di Orgosolo, Ovodda e Oliena in un paesaggio scabro, arso e sferzato dal vento, che si svolge la sua passione. È in Sardegna che la ferocia degli uomini contro il figlio di Dio si dipana semplice, arcaica, primordiale. È qui che la vita di Cristo viene raccontata e ripercorsa a ritroso, cominciando dal giorno della sua morte e dal pianto di Maria sul suo sepolcro.

Il racconto non è lineare, non è cronologico, i sogni si avvicendano ai ricordi, i ricordi si alternano al presente. Il figlio di Dio, ferito a morte, inchiodato alla croce, il volto pesto e insanguinato percorre il suo calvario inseguito dagli insulti. Non era lui — gli gridano — il re che avrebbe salvato gli altri dalla morte? Ed ecco che muore e non riesce neppure a salvare se stesso. E soffre come un uomo qualunque. Altro che figlio di Dio. Irrisione e ferocia contro un uomo che sputa sangue, che è trafitto dalle spine, che trascina la croce  senza parlare, che beve l’aceto perché la sete è insopportabile, che viene inchiodato e che nelle apparenze, negli atteggiamenti non ha nulla di eroico e di divino.

La passione nel film di Columbu, viene volutamente spogliata dalla sacralità e ricondotta all’umanità. Solo chi vuole, chi sa vedere in quella sofferenza, vede Dio, sembra suggerire il regista che ha voluto «un film sobrio nello stile, severo, privo di musica». Infatti i volti sono lividi e rugosi, quasi brutti, le donne vestite di nero sono attonite e sofferenti, nessuna dolcezza solo dolore nei loro occhi.

E poi, sguardi aspri, gesti ancestrali, ferocia, parole scarse scandite nella durezza della lingua sarda. E niente musica appunto, ma solo il rumore degli zoccoli e delle lance, il soffio forte del vento, i gemiti. Gli attori non sono professionisti, ma gente del luogo, pastori, allevatori, alcuni pazienti dei centri di salute mentale. Ma nel racconto, che vuole rendere in tutta la sua la spietatezza, la sofferenza della passione di Cristo nessun c’è nessun compiacimento alla violenza, nessun estetismo, nessuna spettacolarizzazione.

«Un film francescano — ha spiegato il regista nuorese — nel solco della nuova stagione annunciata da Papa Francesco, sobrietà, spiritualità vera profonda, povertà, non ostentazione della ricchezza».

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23 maggio 2018

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