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​Se cristiani e musulmani
studiano insieme

· ​In Kenya dopo la strage nel campus di Garissa si volta pagina ·

«Se ragazzi cristiani e musulmani mangiano, studiano e giocano insieme fin da piccoli, guarderanno gli uni agli altri come amici; stare insieme significa fare esperienza diretta della fratellanza»: parole di monsignor Joseph Alessandro, vescovo di Garissa, località nell’est del Kenya, divenuta tristemente famosa a livello internazionale per la strage — la più sanguinosa mai sferrata dai jihadisti somali di Al Shabaab — compiuta nella locale università il 2 aprile dello scorso anno. Sei ore di autentico orrore, iniziate all’alba con un’irruzione nel campus, quando gli studenti ancora dormivano. I morti furono centoquarantotto; fra essi molti cristiani.

A quasi un anno da quel terribile evento si tenta di tornare alla normalità. L’università ha riaperto i battenti il mese scorso. E il vescovo guarda soprattutto all’educazione come strumento essenziale per superare le barriere religiose, tribali e politiche. Certamente ricostruire non è facile. Infatti, in seguito all’attentato, ricorda Alessandro, «diverse scuole sono state chiuse dopo che i genitori hanno ritirato i loro figli e gli insegnanti hanno chiesto il trasferimento per la paura del ripetersi di attacchi simili». Tuttavia, adesso, pur faticosamente, le cose stanno cambiando. Gli studenti ritornano nelle scuole locali, diverse delle quali sono cattoliche. «È un segno di progresso e di coraggio nel continuare con l’educazione, la prestazione di cure mediche e l’evangelizzazione», dice il presule.

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22 agosto 2019

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