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Se ci fosse lo ius culturae

· Scuola e istruzione oggi in Italia ·

L’anno scolastico sta per finire, e tra i tanti studenti che aspettano con ansia il giudizio finale e poi le sospirate vacanze ce ne sono alcuni che hanno un motivo in più per aspirare alla promozione. Sono 826.000 ragazzi e ragazze di origine immigrata (anno scolastico 2016/2017), senza contare quelli che nel frattempo hanno acquisito la cittadinanza italiana. Oltre 30.000 studenti universitari stranieri che hanno acquisito il diploma di maturità in Italia saranno invece impegnati nella sessione estiva degli esami o nella discussione della tesi di laurea. Per tutti loro, un risultato scolastico positivo nella scuola italiana, in cui si insegna in italiano, si segue un programma in cui lingua, letteratura, storia italiana occupano un posto importante, significa nei fatti il riconoscimento di un passo avanti nell’integrazione culturale in questo paese.

Si tratta peraltro sempre più spesso di studenti nati in Italia: nel complesso, oltre il 60 per cento, anche se la situazione è molto diversa nei vari ordini di scuola, andando dall’85 per cento della scuola dell’infanzia al 27 delle secondarie superiori. La questione del recupero della competenza linguistica che tanto aveva fatto discutere nel passato è in linea di massima quasi del tutto superata almeno nei primi ordini di scuola, mentre restano certamente aperti tutti gli altri problemi di disuguaglianza e piena integrazione nel sistema educativo.

Anche se si stemperano i problemi di comprensione della lingua, restano attuali i moniti di don Milani sulle differenze sociali che si riproducono mediante la diseguale padronanza dell’italiano colto. Ne è una spia il fatto che gli studenti italiani in ritardo negli studi sono il 10 per cento, quelli con cittadinanza straniera più del triplo. Nella scuola secondaria superiore il problema si aggrava: per i ragazzi italiani il dato sale al 21 per cento, per i ragazzi non italiani arriva al 51.

Anche per questo gli adolescenti nati all’estero e arrivati per ricongiungimento in anni recenti richiederebbero grande attenzione. Pur essendo migliorata la distribuzione nei diversi indirizzi delle scuole superiori, tuttora meno di tre ragazzi stranieri su dieci che proseguono negli studi frequentano i licei, mentre gli altri sette si distribuiscono tra istituti tecnici e istituti professionali: è questa la maggiore forma di discriminazione scolastica a danno dei giovani immigrati, anche se spesso involontaria e persino benintenzionata. Insegnanti, responsabili scolastici, genitori e amici di famiglia si trovano d’accordo nell’indirizzare i ragazzi verso percorsi scolastici brevi e ritenuti non troppo impegnativi. Desiderano evitare loro le frustrazioni di scuole superiori considerate più esigenti e selettive, e pensano di indirizzarli più rapidamente verso il mondo del lavoro. Tutto questo è comprensibile, ma si traduce in una preparazione meno adatta a sostenere poi eventuali percorsi universitari e carriere più gratificanti.

In effetti le famiglie immigrate mostrano di credere nell’istruzione, a dispetto di qualche luogo comune in proposito: fino al conseguimento dell’obbligo scolastico mandano regolarmente i figli a scuola. Resta aperto invece un problema di abbandono precoce della scuola dopo i 17 anni, quando il tasso di fuoriuscita sfiora il 35 per cento, dunque più di un giovane su tre, contro un 15 per i giovani con cittadinanza italiana. Ripetenze, abbandoni, canalizzazione nei percorsi di studio meno promettenti pur diminuendo rimangono handicap che pesano sul futuro delle nuove generazioni di origine immigrata.

La lenta e riluttante procedura di accesso alla cittadinanza pesa soprattutto su questi ragazzi, nati all’estero e poi ricongiunti. Oltre ai dieci anni di residenza ininterrotta richiesti dalla legge in vigore, il governo attuale con un decreto ha raddoppiato da due a quattro anni il tempo che si concede per l’esame delle istanze. È la normativa più restrittiva dell’Unione europea, sempre più distante dalla composizione multietnica dell’Italia di oggi. Tra l’altro il vincolo della cittadinanza pesa sull’inserimento lavorativo qualificato dei giovani che cominciano a presentarsi nel mercato del lavoro.

Se la cittadinanza alla nascita (lo ius soli automatico) non piace, e in effetti è stato temperato nei paesi europei che lo adottavano, si potrebbe rimediare insistendo sullo ius culturae, che pure compariva nella sfortunata proposta della scorsa legislatura: riconoscere la cittadinanza a chi completa un ciclo scolastico nel nostro paese. In questo modo si valorizza il ruolo della scuola, come il luogo per eccellenza in cui si forgia il senso civico e la cittadinanza attiva. Per gli studenti di origine italiana e per quelli di origine straniera, insieme. Studiando la costituzione, il funzionamento del sistema democratico, i diritti umani, facendo esperienze di volontariato e visite d’istruzione: imparando ad amare questo paese, ma insieme e non separati dal muro della cittadinanza.

di Maurizio Ambrosini

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10 dicembre 2019

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