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A scuola di missione
da Giosuè

· Consegnati dal Papa i Premi Ratzinger a Charles Taylor e Paul Béré ·

«Per gli africani l’io è sempre già una relazione. L’èthnos non è dunque fuori della persona che aderisce a Cristo, ma è il carattere del soggetto umano plasmato dalla matrice della sua cultura» scriveva padre Paul Béré — premio Ratzinger 2019, insieme al filosofo Charles Taylor — su «La Civiltà Cattolica» nel novembre di sette anni fa. «Il mandato di Cristo — continuava il gesuita — ci raggiunge nel nostro vocabolario quotidiano, nelle parole che modellano le nostre relazioni, le nostre azioni e reazioni, la nostra visione del mondo. Le etnie appaiono così come il destinatario del messaggio. Sono esse che devono diventare discepoli».

Originario del Burkina Faso, padre Paul Béré ha seguito la formazione filosofica e teologica per il sacerdozio a Ouagadougou e si è occupato a lungo di teologia biblica, approfondendo in particolare il libro di Giosuè e la diffusione della parola nelle culture orali e tradizionali. Il conferimento del premio Ratzinger è in linea con l’allargamento degli orizzonti culturali costantemente perseguito dalla Fondazione, che ha privilegiato quest’anno il tema della riflessione sulla fede nel mondo contemporaneo. Padre Bèrè ha condotto molti progetti in questo ambito; ha partecipato all’istituzione della prima Facoltà di teologia dei gesuiti in Africa e al lancio di una rivista per promuovere la ricerca. Ha collaborato come esperto a diversi Sinodi dei vescovi ed è stato consultore della Segreteria generale del Sinodo, e dallo scorso anno è membro della Commissione internazionale per il dialogo con la Chiesa anglicana. È anche membro di diverse associazioni di teologi, fra cui naturalmente l’Associazione dei teologi africani e l’Associazione panafricana degli esegeti cattolici.

«Quello che mi ha colpito nel mio studio della Sacra Scrittura — spiega Béré ad Alessandro Di Bussolo di Vatican News — è il fatto che al tempo biblico pochi avevano accesso al testo scritto: ricordatevi Gesù nella Sinagoga: arriva e riceve il testo, poi legge e tutti ascoltano. Questa struttura la ritrovo oggi, nel nostro contesto. I nostri popoli vivono nel contesto della comunicazione orale e quindi il testo che abbiamo deve essere comunicato a un popolo che deve ascoltarlo; e la cultura dell’oralità per me è importante per ricavare un certo livello del senso del testo biblico». La storia particolare di un popolo è un’occasione preziosa di approfondimento anche per tutte le altre comunità. «L’Occidente — continua padre Bèrè — da tanti secoli è ormai in un’altra cultura, la cultura dello scritto. Quindi tutta la dinamica di comunicazione è diversa, anche a livello dei valori. Per esempio, nel nostro contesto tradizionale la parola ha un’importanza particolare, perché non si parla senza badare all’impatto della parola sull’altro. Questo è un valore che va protetto per capire l’importanza della Sacra Scrittura: perché non è uno scritto, è una parola che va riattivata perché possa essere accolta come parola». Una parola da “riattivare” seguendo il sogno di Giosuè: una Terra Promessa che non coincide con uno spazio fisico, ma con l’incontro con Dio.

di Silvia Guidi

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14 novembre 2019

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