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A scuola dalla storia

· Tra Sturzo e Dossetti ·

Nel 2014, in occasione del centosettantesimo anniversario di fondazione della diocesi di Trapani, abbiamo celebrato un primo convegno storico, che ha definito le fonti e il metodo per elaborare una storia della nostra Chiesa. Un anno dopo, sempre in occasione della festa della dedicazione della cattedrale, un secondo momento di approfondimento storico con la pubblicazione del primo quaderno per la storia della Chiesa di Trapani, che ha riconsegnato i testi del primo convegno. Il significativo titolo di Tabernacolo della memoria. La Chiesa locale tra storia e teologia trae spunto dall’attenzione di Papa Paolo vi verso gli archivi storici della Santa Sede. È certo che l’ispirazione del Papa risale alla frequentazione con don Giuseppe De Luca (1898-1962), il promotore dell’«Archivio della storia della pietà». A questo infaticabile erudito, innamorato di Cristo e della Chiesa, amico di storici e letterati, filosofi e politici di ogni indirizzo si deve il rinnovamento dei grandi studi non solo di erudizione filologica, ma anche di spiritualità popolare.

Francesco Maria Raiti,  vescovo di Trapani (1906-1932), a Custonaci

Si tratta di fare nostra la lezione che grandi maestri del Novecento ci hanno consegnato circa la presenza del «Vangelo nella storia». Penso in particolare a Giuseppe Dossetti, «il cui sguardo era rivolto al passato per rendere più acuta l’analisi dell’oggi e la prefigurazione dell’avvenire». Il monaco di Montesole, prossimo alla morte, raccomandava di «immergersi nella storia, conoscerla profondamente. Non potete fare a meno di conoscerla, di studiarla; e di studiare non solo la storia della Chiesa, ma anche la storia della civiltà e della società civile, quella che noi chiamiamo “storia mondana”. [...] Se si ha un po’ di senso storico si relativizzano, giustamente e con liberazione, anche tante cose che devono essere evidentemente superate, che possono essere state convinzioni solide ma non sufficientemente rapportate al nucleo essenziale del kerygma, dell’Evangelo».

Ma penso anche a Martin Buber, filosofo e mistico ebraico, che guardava al rapporto tra la storia e la Parola di Dio: «È la parola più sovraccarica di tutto il linguaggio umano, nessun’altra è tanto insudiciata e lacerata, proprio per questo non devo rinunciare ad essa. Generazioni di uomini hanno scaricato il peso della loro vita angustiata su questa Parola e l’hanno schiacciata al suolo. Ora giace nella polvere e porta tutti i loro fardelli. Generazioni di uomini hanno lacerato questo nome e sono morti per questa idea, e il nome di Dio porta tutte le loro impronte digitali e il loro sangue».

Il secondo convegno storico dedicato alla figura del vescovo Francesco Raiti e soprattutto alla sua lettera pastorale Perché si abbia la pace contro «l’immane bufera», l’inumana, «bestiale guerra», ha preceduto un momento ecclesiale forte che abbiamo vissuto subito dopo in cattedrale: l’ordinazione di tre diaconi permanenti. Eventi distinti eppure sintonici a ricordarci che la diaconia della Carità, della Parola e dell’altare ha bisogno di essere supportata e stimolata anche dalla “diaconia della memoria”, che continueremo ad elaborare insieme per ritrovare il Vangelo nella storia e portare la storia nel Vangelo. La generosità nel servizio ai poveri di oggi si qualifica e rafforza se sostenuta dalla memoria Dei, dalla capacità di guardare indietro, quasi a cogliere umilmente le spalle di Dio, che continuamente ci apre al futuro consegnandosi nel volto di Cristo. Dalla “diaconia della memoria” di questo secondo convegno auspichiamo nasca un triplice frutto. Anzitutto la riscoperta della nostra identità antropologica, frantumata dall’attuale cultura narcisistica.

La memoria del Vangelo nella storia contribuisce a liberarsi dai miti del tempo. Da tal memoria rinasce un autentico amore per la nostra polis, Trapani. Abbiamo bisogno di ritrovare modelli credibili di amore alla città. Tra gli altri cito don Luigi Sturzo, che si rifaceva a tante personalità spirituali: Contardo Ferrini, Giuseppe Toniolo, Giuseppe Moscati, Ludovico Necchi, Bartolo Longo, Pier Giorgio Frassati. Sturzo è «testimone di quella che qualche studioso ha chiamato la “carità politica”. Ricordando il magistero di Pio XI, don Sturzo afferma che “la politica è un ramo dell’amore del prossimo”. Essa non è una cosa sporca, né tanto meno un male in se stessa. Piuttosto è “un bene”: “un atto di amore per la collettività”, che nulla ha e deve avere a che fare con la lotta faziosa, con la guerra tra i partiti, con i risentimenti tra le persone, con l’odio di classe. [...] Ma affinché la politica sia una sorta di carità, è necessario comprendere e praticare l’amore come un valore anche politico, come lasciava intendere lo stesso don Sturzo quando nel 1925 lanciava la “crociata dell’amore nella politica”, dando vigore storico alla devozione del Sacro Cuore propagandata in quegli anni da predicatori come padre Matteo Crawley. L’amore è una forza anche politica, nella misura in cui “non consiste né nelle parole, né nelle moine”, ma si traduce nelle opere della verità, nella giustizia, nella difesa della libertà di tutti, nel rispetto dei diritti altrui e nella fedeltà ai propri doveri, nel sacrificio di sé per gli altri» (Massimo Naro).

di Pietro Maria Fragnelli

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20 ottobre 2019

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