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Scrivere
per non sentirsi soli

· ​Storie di gente comune nella raccolta di racconti "Sera in paradiso" di Lucia Berlin ·

Lo sguardo affilato, ironico, controcorrente di Lucia Berlin, nata Brown, (1936-2004), che ha improntato la sua prima raccolta di racconti pubblicata in Italia La donna che scriveva racconti (Bollati Boringhieri, 2015), si ritrova nella sua recente Sera in paradiso (Torino, Bollati Boringhieri, 2018, pagine 268, euro 18). Nelle storie crude della scrittrice statunitense si muovono esistenze apparentemente alla deriva, eppure assolutamente dignitose, in virtù della loro autenticità: un mondo fatto di gente comune, spesso e volentieri personaggi femminili, attraverso i quali Lucia Berlin viene allo scoperto e si racconta. La sua scrittura si nutre di vita. 

Lucia Berlin

Elizabeth Geoghegan, scrittrice statunitense anch’ella, la cui ultima raccolta di racconti intitolata Eightball è in via di pubblicazione per Santa Fe Writers Project, ripercorre la sua amicizia con Lucia Berlin considerata oggi autrice di culto: «Nell’autunno 1994 iniziai il mio master in scrittura creativa all’Università del Colorado, a Boulder — racconta Geoghegan — . Quando andai ad iscrivermi al seminario di narrativa, mi dissero che il corso l’avrebbe tenuto una docente ospite della California di nome Lucia Berlin. Non avevo mai sentito parlare di lei, ma temevo di non essere una scrittrice abbastanza brava per quel corso, quindi le lasciai un racconto e una nota nella cassetta della posta, chiedendole se secondo lei avrei dovuto seguire prima un corso propedeutico. Uno o due giorni dopo Berlin mi lasciò un messaggio sulla segreteria telefonica. Mi disse che il racconto le piaceva molto e che dovevo assolutamente partecipare al seminario. Ricordo la mia sorpresa quando entrai in aula; aveva parecchi anni in più di quello che mi aspettavo dopo aver sentito la sua voce al telefono. Quel primo giorno Lucia domandò se qualcuno poteva darle un passaggio fino a casa dopo la lezione. Sembrava in imbarazzo ma, essendo appena arrivata da Oakland, ancora non aveva una macchina. Mi offrii io. Tra il messaggio sulla segreteria e quel primo passaggio a casa, fu suggellata la nostra amicizia. Scoprimmo che abitavo a solo pochi isolati da lei e trascorremmo i successivi due anni da vicine di casa. Un paio di settimane dopo la salute di Lucia si aggravò e le fu prescritto l’ossigeno — da allora non l’ho mai più vista senza la sua bombola di ossigeno — e così ottenne un permesso speciale per tenere il seminario a casa sua. La primavera seguente ritornò a insegnare al campus, ma per quel semestre noi studenti specializzandi la incontrammo nel suo salotto. Serbo nella memoria quelle lezioni come un momento saliente; come un invito inaspettato a una festa. Quando me ne andai da Boulder nel 1996, rimanemmo in stretto contatto, scambiandoci lettere e parlando al telefono. E ogni volta che potevo l’andavo a trovare».
Generosità, apertura, talento sono i tratti di una scrittrice che non si lasciò mai irretire dall’autoreferenzialità del mondo accademico: una donna sola, con quattro figli, tre divorzi alle spalle, e che, nata in Alaska, visse in Messico, passando per il Cile e la California. Una donna che parlava diverse lingue, che aveva frequentato la scena jazz newyorkese e i poeti della Beat Generation, dopo aver girovagato per gli Stati Uniti in un camper. Una donna che aveva sconfitto il demone dell’alcolismo e che con umiltà e senso dell’umorismo, aveva fatto all’occorrenza i lavori più disparati, tra cui la centralinista e la donna delle pulizie.
«Come insegnante, Lucia era molto più che generosa — continua Elizabeth Geoghegan —. Aveva sempre una pila di racconti e di manoscritti da leggere, e il più delle volte non erano nemmeno degli studenti, ma di amici. Aveva una buona memoria per le frasi ed era sia una lettrice veloce sia una scrittrice veloce, quindi in qualche modo riusciva sempre a fare tutto. Riusciva a ricordare l’intero pezzo che le avevi dato e ne parlava senza riguardarlo. In tal senso per me è stata un esempio nella mia attività d’insegnamento. Ovvero, si può essere generosi con gli studenti e comunque trovare tempo per scrivere. Non aveva nemmeno un ego così grande rispetto al suo lavoro; spesso mi parlava dei racconti su cui stava lavorando domandandomi che cosa ne pensassi. Non riesco a immaginare un altro insegnante che invita uno studente a criticare il suo lavoro, ma a Lucia non interessavano le etichette o l’età o l’esperienza, e nemmeno se avevi pubblicato e quante volte, o se non avevi pubblicato affatto. La sola cosa che le importava era la scrittura, se la storia funzionava. Se le piacevi abbastanza da darti un suo lavoro, contava sul fatto che le dicessi la verità anche se — come nel caso mio — tu eri uno studente e lei il mentore. Per quanto riguarda quello che scrivevo io: leggeva il mio lavoro e metteva delle note ai margini se una cosa le piaceva, ma anche se un’espressione o una scena non funziona. Però non era mai severa, solo onesta. Non ha mai cercato di convincere me, o chiunque altro, a “scrivere come lei”. Aveva la capacità unica di farti comprendere come migliorare una cosa entro i limiti della forma e dello stile che tu ricercavi. Mi ha anche insegnato, con l’esempio, l’importanza della voce, il potere delle belle immagini argute e dei dettagli autentici. Ha infranto tutte le regole, senza mai pensarci su due volte. Non posso immaginare nessun dono più grande dell’averla avuta come mentore».
Lucia Berlin era dunque “vera” come i luoghi e i personaggi dei suoi racconti, ritratti con immagini forti, parole brusche, ma capaci di rivelare dietro tale presunta durezza una sensibilità profonda e inquieta. Una donna coraggiosa che, ridotta in miseria dalla malattia, trascorse i suoi ultimi anni in un parcheggio per roulotte alla periferia della città di Boulder, continuando a scrivere e a fumare, pur con un polmone schiacciato dalla scoliosi. «Diceva sempre che scrivere la faceva sentire meno sola — aggiunge Elizabeth Geoghegan —. Era un modo in cui cercava (e in cui, mi auguro, qualche volta trovava) “casa”, o perlomeno un modo per ritornare a tutte le case nelle quali aveva vissuto mentre scriveva». La sua scrittura schietta e diretta continuava ad esplorare la vita degli ultimi, degli emarginati, in tutti i suoi aspetti, puntando lo sguardo anche là dove sembrava solo essere solitudine e squallore: facendo ciò riscattava queste esistenze, restituendo loro un’aspettativa di felicità e pienezza.

di Elena Buia Rutt

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14 dicembre 2019

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