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Scrivere a mano
nell’era digitale

· I benefici di un gesto sottovalutato ·

All’apparenza potrebbero sembrare solo piccoli segni, lettere che andranno a formare parole e poi frasi, pensieri costruiti e definiti che oggi siamo abituati a vedere scorrere sullo schermo di computer, tablet e telefonini; frettolosamente composti dalle nostre dita sulla tastiera, lavorando o studiando, utilizzando apparati tecnologici dei quali sarebbe impensabile rinunciare.

Eppure le proprietà formative e terapeutiche della scrittura a mano sono al centro di studi che ne certificano i benefici, in special modo nell’infanzia, durante la formazione e lo sviluppo, mentre il sempre maggior numero di adulti e persone anziane che frequentano corsi di calligrafia ritengono questa sia una pratica impegnativa ma rilassante; utile per stimolare la concentrazione, rallentare i tempi, portando a essere più presenti a sé stessi, alla propria mente e al proprio corpo.

Una vasta letteratura scientifica spiega come l’interagire con la tastiera sia completamente diverso non offrendo alcun tipo di beneficio rispetto allo scrivere a mano quando, a seguito di ciò, vengono sollecitate determinate zone del cervello che altrimenti non lo sarebbero. Ed ancora, esiste un’associazione funzionale che correla la composizione manuale delle lettere con quelle sensomotorie. Ciò nonostante nelle scuole italiane la scrittura sembra non interessare particolarmente, tanto che le indicazioni ministeriali a riguardo parrebbero “rinnegare” intere generazioni che si sono applicate a fare asticelle e lettere sui quaderni delle elementari.

È vero che quando si parla di scrittura il passo successivo è quello di applicarla a uno stile calligrafico, con le sue regole e proporzioni, ma è lo stadio iniziale del lavoro su cui gli studiosi si soffermano e da cui provengono le scoperte più interessanti. La scrittura a mano è ritenuta una disciplina obsoleta e persino inutile dal momento che esistono le tastiere dei computer, oramai usati con padronanza da bimbi sempre più piccoli, a scuola e a casa, per scrivere, vedere video, comunicare: ma su quest’ultimo concetto si potrebbe aprire un baratro fra l’iperconnessione e la sempre più scarsa propensione a dialogare con l’altro.

Per oltre un secolo, comunque, la calligrafia è stata insegnata a scuola, seppur senza seguire un metodo, favorendo la disciplina e senza completare il gesto motorio con la traduzione linguistica del pensiero, come se l’estetica e i dettami della bella scrittura vivessero in dicotomia dal linguaggio stesso. Ai nostri giorni la scrittura dovrebbe tornare quale materia obbligatoria nelle scuole primarie per contrastare l’impoverimento linguistico generato dall’eccessivo uso dei computer e del web, che di suo già prevede composizioni limitate nelle battute e termini sempre meno ricercati, in ogni caso brutalmente contratti.

Alcuni esperti di diagnosi e recupero di bambini e adolescenti con difficoltà di letto-scrittura stigmatizzano come attualmente nelle scuole medie e superiori siano sempre meno i ragazzi che sappiano scrivere in corsivo, divenuto desueto in favore di un “raddrizzamento” delle lettere, più vicine nella loro composizione visiva a quanto si è abituati a vedere nella pubblicità e nella grafica. Probabilmente perché la scrittura è stata intesa sempre parcellizzata per quel che competeva le professioni a essa riconducibili: amanuensi, tipografi, calligrafi, type designer, grafologi e grafici.

Oggi, invece, sarebbe indispensabile una visione globale della calligrafia. Nelle scuole potrebbe essere utile familiarizzare con le forme alfabetiche della scrittura italica o cancelleresca (che per altro ci appartengono essendosi sviluppate in Italia nel Rinascimento), inizialmente semplificate e senza alcun intento di “bella calligrafia”; i bambini si accosterebbero a una serie di particolari gesti determinati per imprimere le lettere, tutto ciò inteso non come una sostituzione dell’attuale modello del corsivo inglese anche se è bene sapere che proprio dall’Italico sono nati tutti i corsivi, compresi quello inglese.

Ancora una volta però la scienza ci illumina, evidenziando che i bambini abituati a scrivere a mano sanno riconoscere e discriminare prima degli altri le singole lettere rispetto ai coetanei avvezzi alla tastiera, particolare molto utile quando imparando a leggere devono saper associare il segno della lettera con una corrispondenza vocale e di pensiero. Chi usa la penna impara con più rapidità a distinguere le lettere dell’alfabeto, compone meglio i testi, sa districarsi nell’uso dei vocabolari, impara ad amare la lettura sin da piccino, andrà persino meglio in aritmetica. Per gli adulti i vantaggi rilevati sono altri, per esempio riuscire più rapidamente a imparare lingue straniere e codici: insomma, non è mai troppo tardi.

Nata con lo scopo di promuovere, sostenere e diffondere lo studio e la pratica della scrittura a mano e della calligrafia, anche mediante appositi corsi e pubblicazioni per gli insegnanti delle scuole, nonché con adeguato supporto neuropsicologico, è la Smed (Scrivere a mano nell’era digitale) che, in collaborazione con Bologna Children’s Book Fair, lunedì scorso aveva in programma una conferenza-dibattito aperta a editori, illustratori, art director e graphic designer. «La scrittura — spiega il presidente Massimo Gonzato — rimane uno strumento didattico essenziale ed efficace. È importante continuare a insegnarla, valorizzandone il ruolo formativo e il potenziale espressivo».

di Susanna Paparatti

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06 dicembre 2019

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