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Scontri feudali
e aperti interessi stranieri

· Dietro le quinte di una guerra dimenticata ·

La guerra tornata a divampare nello Yemen, nata come conflitto tra potenze straniere rivestito dei caratteri confessionali del confronto tra sunniti e sciiti, si è ormai trasformata in una sorta di guerra feudale. Nella primavera del 2015 un’inedita coalizione militare araba sunnita guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti ma comprendente anche Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar, intervenne nel Paese con il dichiarato obiettivo di riportare al potere le forze che avevano guidato le istituzioni ad interim, capeggiate dal presidente Abd Rabbuh Mansur Hadi e riconosciute dalla comunità internazionale (forze e istituzioni che comunque avevano esaurito il loro mandato l’anno precedente senza aver ottemperato al compito di organizzare le elezioni generali). L’iniziativa militare fece seguito al colpo di Stato degli insorti huthi, considerati dai sauditi alleati dell’Iran sciita, che avevano occupato la capitale Sana’a, mentre il governo si arroccava ad Aden, nel sud.

Da allora, la guerra è più volte uscita dai radar internazionali, come dimostra anche il fatto che non si abbiano dati certi sul numero delle vittime, che si considera da anni fermo ufficialmente a diecimila sebbene tutte le organizzazioni non governative che in qualche modo riescono ancora a occuparsi di quell’area concordino nell’aumentare tale cifra di almeno trenta volte. Eppure, il blocco degli arrivi di derrate alimentari e medicinali ha portato nel nord milioni di yemeniti alla fame e continua a ripresentarsi costantemente il colera, che solo nell’ultimo trimestre del 2017 — ultimo dato ufficiale recepito dall’Onu — provocò oltre duemila morti accertati. Ciò che distingue questa guerra dalle precedenti (solo in questo secolo nello Yemen se ne sono combattute sei, una all’anno tra il 2004 e il 2010, tra il governo, diventato espressione del partito religioso sunnita Islah e soprattutto della sua componente tribale hashid, e gli huthi sciiti) è che ormai non sono mutati solo gli equilibri tra attori locali e loro sostenitori stranieri. Sono cambiate persino le geografie interne di un Paese che davvero unito non è stato mai, dalla caduta dell’impero ottomano in poi e forse neppure prima, se si rilegge la sua storia più approfonditamente di come si possa fare in un articolo di giornale. La dimensione nazionale, quella che in qualche modo si reggeva sull’accordo tra istituzioni ed esercito, non esiste più e oggi in campo ci sono vari poteri a livello di microregioni, originati da accordi e saldature fra milizie, signori della guerra e segmenti delle forze di sicurezza regolari.

Si aggiunga che oltre a milizie islamiste che si dichiarano aderenti alla vecchia Al Qaeda o al più recente Is, nello Yemen operano anche diverse truppe irregolari straniere, soprattutto africane e mediorientali, ma anche mercenari assoldati in America Latina. In questa categoria di combattenti salariati vanno fatti rientrare le migliaia di bambini soldato arruolati dai sauditi nella regione sudanese del Darfur, secondo quanto denunciato all’inizio dell’anno da un’inchiesta del New York Times. Sarebbero infatti minorenni dal venti al quaranta per cento dei circa 14.000 sudanesi che combattono attualmente nello Yemen.

Non ci sarebbero invece bambini, sempre secondo la stampa statunitense, tra i combattenti afghani. Ma per questi ultimi c’è una caratteristica particolare: dopo cinquant’anni di guerra civile in patria ora la prolungano anche all’estero. Combattono infatti per entrambe le parti belligeranti. Si tratta in pratica di afghani emigrati un po’ in tutti Paesi del Medio Oriente, arruolati tanto dalla coalizione sunnita quanto in Iran. Nel secondo caso si tratta di profughi della minoranza sciita degli hazara, che è stata e continua a essere pesantemente perseguitata e discriminata dai talebani. Né peraltro la comunanza confessionale ha sottratto agli hazara, nello Yemen come prima in Siria, alla sorte di essere impiegati come prime truppe d’assalto, quelle per cui la morte immediata è la possibilità più concreta.

Tutto questo mentre sono di fatto falliti tutti gli accordi di tregua, a partire da quello raggiunto a Stoccolma nel dicembre scorso per la città di Hodeida, nel cui porto arrivano l’80 per cento degli aiuti umanitari. Lo scalo è una delle poche infrastrutture rimaste agli huthi per poter fare arrivare beni necessari alle popolazioni del nord, oggi tagliate fuori dai rifornimenti a causa delle operazioni militari condotte dal governo che agisce ad Aden sostenuto dalla coalizione alleata. La nuova escalation del conflitto si spiega, come era nelle previsioni di molti osservatori, con la mancata applicazione di tale accordo, che prevedeva il ritiro delle forze militari di entrambe le parti, ma non specificava l’identità delle “forze di sicurezza locali” che avrebbero dovuto gestire appunto Hodeida. E anche l’Unmha, la missione Onu che avrebbe dovuto sostenere l’accordo e monitorare tregua e ritiro delle truppe, si è ritrovata a essere giorno dopo giorno più impotente.

Altra tregua saltata è quella che reggeva dal 2013 nella regione di Hajja, nel nord-ovest, al confine con l’Arabia Saudita, precipitata anch’essa nella guerra in questi ultimi mesi, con bombardamenti sauditi e combattimenti fra miliziani huthi e forze tribali locali di credo salafita, con epicentro nel distretto di Kushar, uno dei corridoi d’accesso degli huthi alla capitale Sana’a. Secondo l’Onu, più di un milione dei due milioni e mezzo di abitanti della regione sono colpiti da una pesantissima crisi alimentare, mentre gli sfollati interni sono ormai quasi mezzo milione.

Né le cose filano lisce nei territori controllati dagli alleati della coalizione a guida saudita. La stessa Aden è teatro di periodici scontri fra i fedeli del presidente ad interim Hadi, appoggiati dall’Arabia Saudita, e le forze legate al secessionista Consiglio di transizione del Sud (Cts), che vuole ridividere il Paese annullando l’unificazione di trent’anni fa e che sono sostenute e addestrate dagli Emirati Arabi Uniti. Ed è sempre maggiore la tensione tra le due parti anche nell’Hadhramaut, la regione meridionale più ricca di petrolio, dove c’è ormai una frattura tra le stesse milizie legate al Cts, peraltro ormai istituzionalizzate nell’esercito regolare, ma di fatto rispondenti ad Abu Dhabi, che controllano la fascia costiera e il capoluogo Mukalla, e quelle legate al partito Islah, sostenute dall’Arabia Saudita. Non mancano comunque tra gli osservatori quanti ritengono che piuttosto che arrivare a uno scontro generalizzato tra le due parti formalmente alleate — e soprattutto tra i loro protettori nella Penisola araba — si finirà per concordare una sorta di spartizione informale in aree di influenza. In ogni caso, è l’intera cornice negoziale a suo tempo messa a punto dall’Onu a sembrare finita in una strada senza uscita. Perché appunto da tempo non c’è più solo un conflitto tra il governo e gli huthi, ma un proliferare incontrollato di feudi di potere.

di Pierluigi Natalia

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18 febbraio 2020

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