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Scolastico ritratto di signora

· Il Festival internazionale del film di Roma si è aperto con il film di Luc Besson su Aung San Suu Kyi ·

La scelta di aprire la sesta edizione del Festival internazionale del film di Roma con una pellicola impegnata, The Lady di Luc Besson, che racconta la storia della leader dell’opposizione birmana e premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, è sicuramente da apprezzare: anche questo è un modo per tenere alta l’attenzione sul delicato e attualissimo tema dei diritti umani. E se la pellicola — che nella serata di giovedì 27 ottobre ha dato il via ufficiale alla kermesse dopo essere stata presentata in prima mondiale al festival di Toronto — non colpisce dal punto di vista prettamente cinematografico, l’auspicio è che comunque abbia successo in sala a prescindere dalle sue qualità. E le premesse non mancano, visti gli applausi calorosi che l’hanno accolta, più tiepidi quelli mattutini della critica, calorosi quelli del pubblico, toccato dalla vicenda di questa donna all’apparenza fragile ma in realtà coraggiosa e determinata nella sua lotta pacifica contro il regime militare al potere dal 1988 in Myanmar, l’allora Birmania.

Messe da parte le iperboli che avevano contraddistinto, con poco successo per la verità, la sua Giovanna d’Arco , Besson sceglie stavolta di raccontare la storia di questa moderna eroina in modo più convenzionale, scegliendo il punto di vista familiare: il rapporto di Aung San Suu Kyi (interpretata da Michelle Yeoh) con il marito inglese Michael Aris (David Thewlis), inglese, docente a Oxford, con i due figli. Un taglio interessante, ma esplicitato in modo fin troppo oleografico per un regista tanto visionario e amante dell’azione. A partire dalle prime scene. Il film si apre, infatti, con la protagonista bambina tra le braccia del padre, acclamato leader nazionalista, che le racconta, la mattina stessa in cui verrà assassinato, una nostalgica favola sulla Birmania di un tempo passato. La ritroveremo subito dopo donna ormai matura, richiamata in patria nel 1988 dalla malattia della madre — di cui si tace che fu anch’essa, dopo la morte del marito, figura di spicco della storia recente birmana — improvvisamente catapultata nelle vicende politiche di un Paese scosso dalla violenta repressione del regime appena salito al potere.

Il film nulla ci dice di come un’anonima casalinga di Oxford diventi di colpo leader dell’opposizione all’altro capo del mondo, sacrificando, oltre alla sua libertà, la famiglia, gli affetti più cari. Certo, c’è l’eredità morale del padre che incombe, ma non sappiamo se la donna sia stata in precedenza impegnata in una qualche forma di attività politica o di sostegno alle lotte del suo popolo oppresso; magari al fianco del marito (la qual cosa avrebbe fatto luce sul loro particolare, futuro rapporto). Ma al di là di queste carenze narrative, il film mostra taluni cedimenti stilistici. Come il ricorso a immagini rallentate in alcuni momenti, già evidentemente salienti, che non avrebbero avuto alcun bisogno di superflue sottolineature.

Nell’intento di celebrare l’audacia della protagonista, Besson non evita alcune trappole del racconto agiografico. La brava Michelle Yeoh prova a dare spessore umano a un personaggio pensato monoliticamente come un’icona. E lo stesso fa il compassato Thewlis nei panni del marito devoto ed eroicamente acquiescente (possibile che non abbia mai avuto un tentennamento, accettando i lunghi, forzati distacchi dalla moglie senza una sola protesta?). Il risultato è un film comunque godibile, puntuale nel raccontare i fatti, ma rinunciatario dal punto di vista dell’esplorazione psicologica dei personaggi. L’eccezionalità già riconosciuta di Aung San Suu Kyi — i cui arresti domiciliari, ventidue anni complessivi, sono stati revocati l’ultima volta solo nel novembre del 2010 — avrebbe richiesto uno sforzo creativo che andasse al di là del semplice racconto biografico.

Resta tuttavia il significativo contributo che il cinema offre con questo lavoro alla conoscenza di un personaggio importante del nostro tempo e della sua alta testimonianza civile. Testimonianza che lo stesso premio Nobel non ha voluto far mancare al festival. «Non si possono accantonare come obsoleti — ha infatti scritto Aung San Suu Kyi in in messaggio letto alla premiére — concetti quali verità, giustizia e solidarietà, quando questi sono spesso gli unici baluardi che si ergono contro la brutalità del potere».

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26 febbraio 2018

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