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Scienza e ideologia

«Possiamo decidere noi se morire soffrendo come cani in un freddo letto d’ospedale, contro natura, illusi da patetiche bugie, trattenuti in vita ad ogni costo come se veramente si potesse evitare la morte oppure morire serenamente a casa nostra, a testa alta, attorniati dai nostri cari, nel modo e nel momento che scegliamo, in un’atmosfera di amore e serenità, accettando con trepidazione e gioia anche questo passaggio, come accettiamo con trepidazione e gioia gli altri passaggi inevitabili della vita». Questo è un brano dell’articolo di Carlo Rovelli comparso sul «Corriere della Sera» del 2 dicembre.

Il fisico italiano, autore di fortunati libri divulgativi, appreso da un messaggio di posta elettronica della morte per eutanasia in Belgio di una sua cara amica e traduttrice malata di cancro che non vedeva da anni, decide di coinvolgere il lettore in una vicenda personale emotivamente forte con il preciso obiettivo di perorare la causa della “buona morte”. E, da uomo di scienza che ha scelto l’ideologia, falsa la realtà offrendone al lettore un’immagine distorta.

Pur occupandosi di fisica e non di medicina sarebbe infatti bastato all’autore concedersi un po’ di respiro dopo la triste notizia appresa e recarsi in un hospice o a domicilio di un amico o un vicino malato seguito da un’équipe di medici e infermieri per rendersi conto che la morte, pur temibile, può non essere «oscura, tremebonda e piena di tabù» come quella che immagina. L’alternativa non è quella descritta, tra una sofferenza senza uscita e un passaggio, quello dell’eutanasia, accettato con «trepidazione e gioia».

È possibile non «soffrire come cani in un freddo letto d’ospedale», è possibile non essere «illusi da patetiche bugie», è possibile non «essere trattenuti in vita ad ogni costo» anche senza ricorrere all’eutanasia o al suicidio assistito. È possibile «morire serenamente» a casa propria (migliaia di persone ne hanno fatto esperienza negli ultimi anni), «attorniati» dai propri cari, in un’atmosfera «d’amore e di serenità».

Tutto ciò è possibile se solo il divulgatore sapesse o dicesse che esistono le cure palliative. Stupisce che un giornale autorevole come il «Corriere della Sera», con sede tra l’altro in una delle regioni d’Italia più avanzate in questo campo e nella città dove Vittorio Ventafridda, pioniere della medicina palliativa, già più di trent’anni fa fondava un nuovo modo della medicina di guardare al malato grave e morente, pubblichi un intervento di tale superficialità senza offrire un punto di vista diverso e soprattutto fondato sulla realtà. Come si può affermare con piena sicurezza che chi muore per l’eutanasia lo fa accettando la cosa con «gioia e trepidazione»? Come si può definire un tale modo di «scegliere la morte» una cosa «naturale», profondamente umana e profondamente giusta? Quando qualche tempo fa ho lavorato in Svizzera per diversi anni non ho assolutamente avuto questa impressione e, al contrario, ho vissuto con i parenti di malati deceduti per suicidio assistito drammatici momenti di scoraggiamento e senso di colpa.

È forse il caso di riportare ancora una volta la frase di una nostra paziente morente ricoverata in hospice: «Mi piace questo posto perché la morte, quando arriva, ci trova ancora vivi!». Le porte degli hospice sono aperte, queste strutture sono luoghi di vita, di vita vera fino alla fine: una visita è possibile farla in qualsiasi momento e toccare con mano quanto un noto uomo di scienza dovrebbe sapere prima di scrivere su un ancor più noto giornale.

di Ferdinando Cancelli

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10 dicembre 2018

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