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Scene forti poco pathos

· Il film «12 anni schiavo» di Steve McQueen candidato a nove premi Oscar ·

Il dovere della memoria passa anche attraverso il cinema. Più volte, infatti, il grande schermo si è fatto carico di mantenere vivo il ricordo di pagine drammatiche di storia che è bene non dimenticare, come monito per il futuro. 

È avvenuto in particolare per la Shoah, tema di tanti film. È accaduto, sia pure con minore frequenza, anche per lo schiavismo, tema peraltro richiamato all’attualità dal riemergere del fenomeno della tratta di esseri umani, moderna forma di schiavitù.

Steve McQueen con 12 anni schiavo (candidato a nove premi Oscar) per mostrare uno dei capitoli più oscuri della storia punta sul realismo, decide di raccontare con crudezza la sorte di una delle vittime. Il regista vuole soprattutto mostrare l’inesorabile processo di svilimento fisico e psicologico di un uomo sottoposto a sevizie pesanti e continue. E così tra infinite torture inflitte al povero Northup da padroni a volte crudeli per pavidità altre feroci per indole, McQueen lancia la sua denuncia attraverso una rappresentazione esplicita, quasi oscena, della violenza, evitando tuttavia il compiacimento pur mettendo a dura prova lo spettatore. Come quando in un lungo piano sequenza mostra il protagonista appeso a un albero con una corda al collo, precariamente in equilibrio sulla punta dei piedi per non soffocare, mentre la vita intorno continua nell’indifferenza degli altri schiavi.

Concentrandosi sulla resa il più possibile realistica delle penose condizioni di vita del protagonista, il regista non riesce però ad approfondirne la psicologia, il dramma interiore, l’intima sofferenza. E così lo si commisera, ci si commuove anche, ma nonostante tutto non si riesce a entrare fino in fondo in empatia con Northop. Sembra quasi che l’intento di McQueen non fosse tanto generare compassione verso la vittima, quanto far detestare il cattivo Edwin Epps. Una tale scelta rende meno evidente, fin quasi a eluderla, la questione sostanziale, ovvero il substrato culturale dello schiavismo, con il suo carattere istituzionale rispondente a una logica economica. E, nonostante le scene forti, il tutto resta piatto, sospeso tra drammaticità delle situazioni e asetticità del contesto.

Cosicché si ha l’impressione che lo schiavismo appaia immorale più per la prassi che per se stesso.

di Gaetano Vallini

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26 maggio 2018

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