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Scelta sovversiva

· Camminare in città nell’ultimo libro di Erling Kagge ·

Dopo Il silenzio (2017), firma un altro libro Erling Kagge, l’esploratore norvegese che vanta al suo attivo primati importanti: se negli anni Novanta è stato il primo a raggiungere a piedi senza supporto Polo Nord, Polo Sud e la cima dell’Everest, è stato anche il primo ad aver percorso il sottosuolo di New York passando per i tunnel fognari, ferroviari e della metropolitana. Sono molto probabilmente le polarità di un cammino capace di snodarsi tra natura e viscere urbane a rendere Camminare. Un gesto sovversivo (Torino, Einaudi, 2018, pagine 144, euro 13) una lettura preziosa.

Dusan Malobabic  Walking in the City (2013)

Muovendosi tra filosofia, narrativa, scienza ed esperienza personale, Kagge compone un’ode all’importanza di spostarsi a piedi. All’arte di sottrarsi alla tirannia della velocità per dilatare la meraviglia di ogni istante. «Quando cammino il mondo sembra ammorbidirsi (…). Quando mi sbrigo, non riesco a cogliere quasi niente» perché «fare conoscenza con le cose che ti circondano richiede tempo. (…) Ecco un segreto che condividono tutti i camminatori: la vita dura di più quando cammini. Camminare dilata ogni attimo». Chi cammina gode di migliore salute, ha una memoria più efficiente, è più creativo. Soprattutto, chi cammina sa far tesoro del silenzio ed è in grado di trasformare la più semplice esperienza in un’intensa avventura.

Eppure oggi camminare è percepito come qualcosa di anacronistico, assolutamente privo di senso nel nostro mondo frenetico e veloce. Frenetico e veloce sono infatti aggettivi incompatibili con la strada fatta con le proprie gambe, con quello che è ritenuto un incomprensibile dispendio di tempo ed energie. In questo senso camminare — decisamente «molto di più che una lista di benefici per la salute degna di una pubblicità sulle vitamine» — è diventato un gesto sovversivo.

Kagge parla di un preciso tipo di cammino: non del camminare come hobby, ma come mezzo di locomozione. Ovviamente esiste anche il camminare nella natura — e non potrebbe essere diversamente per un esploratore —, e il camminare per conoscere una città quando si viaggia, ma il cammino come scelta di locomozione in un contesto urbano è, a nostro avviso, la parte più interessante del libro. Perché è qui che il procedere a piedi permette di entrare in una diversa concezione di tempo, spazio e identità.

Se, dopo aver solcato in lungo e in largo le città in cui abbiamo vissuto, abbiamo appeso al chiodo i piedi a favore della bicicletta, a tratti siamo state costrette — causa infortuni e gravidanze — a tornare al nostro antico amore. Tutti ci domandavano che senso avesse attraversare la città con il suo smog e i suoi marciapiedi divelti o inesistenti, potendo optare per automobili e mezzi pubblici; che senso avesse sfidare freddo-caldo-pioggia-solleone-buio-stanchezza. Pochissimi sono riusciti a capire il senso di meraviglia che ci dava il camminare in città (certamente accanto alla fatica e alla necessità di riorganizzarsi). Quando non è il tempo che si perde, ma è il tempo che si guadagna perché camminando mediti, programmi, lasci sedimentare e rielabori. E così quando arrivi non sei nevrotizzata dal traffico o dai mezzi pubblici sovraffollati: sei stanca, sì, ma serena. E sei molto più ricca.

Perché con le stagioni cambia la natura, ma con le stagioni cambia anche la città. Cambiano le luci, le ombre, le facciate dei palazzi, i monumenti, i cortili, gli odori. Camminare è incontrare i quartieri, è sforzarsi di capire l’esistenza delle persone, è avvicinarsi un po’ più a ciò di cui è fatta la vita.

Camminare non è l’«andatura affannosa e rassegnata che in città è la norma» — come scrive Roberta Russo nel suo L’arte di camminare (Milano, Edizioni Terra Santa, 2018, pagine 268, euro 16) — ma è creare sempre qualcosa di nuovo nell’incontro. Con uno sguardo, o con una strada. Anche se cammini dove hai camminato ieri, e ieri ancora.

«Cosa accadrebbe — si chiede Kagge — se i potenti fossero costretti a camminare quotidianamente in mezzo alla gente? Credo che farebbe bene a tutti. Una democrazia non può prescindere dalla possibilità che tutti si vedano da vicino».

Camminare, e camminare ancora. Da soli, con gli altri, con i bambini, con gli anziani, con i nemici, con un amore, con chi è in difficoltà. «Camminare ci ha reso possibile diventare quello che siamo e, se smetteremo di farlo, smetteremo anche di essere noi stessi». La scelta se essere sovversivi o meno sta a noi.

di Giulia Galeotti

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21 marzo 2019

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