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Sceglie i suoi dirigenti la popolazione congolese ancora senza pace

· Si rinnovano Presidenza e Parlamento ·

I cittadini della Repubblica Democratica del Congo sono chiamati questo lunedì 28 a rinnovare la Presidenza e il Parlamento. Il popolo congolese va alle urne per la seconda volta dopo la fine della guerra civile. Il quinquennio trascorso dalle elezioni del 2006 non ha sciolto però tutti i nodi, né risolto gli strascichi persistenti di quel conflitto a cavallo tra lo scorso secolo e questo. Inoltre, le violenze registrate fino all’immediata vigilia del voto proiettano ombre inquietanti, così come restano dubbi sull’organizzazione del voto in tutte le zone dello sterminato Paese.

Il presidente della Commissione elettorale nazionale indipendente, Daniel Ngoy Mulunda, in un’intervista rilasciata a metà settimana a Radio Okapi, l’emittente radiofonica espressione della missione dell’Onu nel Paese, ha sostenuto che in tutti i seggi sono arrivate le urne e ha garantito la consegna delle schede, ma ha ammesso che questo dipenderà dall’efficacia del sostegno fornito dall’esercito sudafricano, che ha messo a disposizione una trentina di elicotteri e una dozzina di aerei.

Violenze e intimidazioni, intanto, continuano a essere segnalate nella capitale Kinshasa e in altre zone. L’Onu e l’Unione africana, oltre che fonti concordi e diffuse della società civile congolese, ancora nei giorni scorsi hanno sottolineato che la situazione più difficile resta quella delle regioni orientali a ridosso dei Grandi Laghi, dove non sono mai venute meno le attività delle milizie armate e gli episodi di banditismo ai danni dei civili.

Proprio la regolarità del voto nelle tormentate province orientali sarà uno dei banchi di prova della possibilità di consolidare finalmente il processo di pace nel Paese. Ciò nonostante, la vigilanza e l’attenzione internazionale sembrano meno puntuali rispetto a cinque anni fa. Nelle elezioni del 2006, per esempio, la comunità internazionale aveva mobilitato un numero maggiore di osservatori di quelli inviati quest’anno. Dalla capitale Kinshasa, per ovviare a questioni logistiche e di tempistica, è giunta questa settimana l’autorizzazione ad accreditare come osservatori internazionali anche esponenti locali. Tra gli osservatori accreditati ce ne sono trentamila formati dalle strutture della Chiesa locale, in particolare dalle commissioni Giustizia e Pace delle diocesi orientali, come quella di Bukavu, il capoluogo del Sud Kivu. «Saremo testimoni dell’andamento di queste elezioni e se ci saranno irregolarità o brogli, lo sapranno tutti», ha dichiarato alla Misna, l’agenzia internazionale delle congregazioni missionarie, padre Justin Nkinzi, che della commissione di Bukavu è responsabile, sottolineando che la comunità ecclesiale vuole partecipare al meglio alla costruzione della democrazia nel Paese.

Sull’esito del voto per la Presidenza i commentatori hanno pochi dubbi. Il presidente uscente Joseph Kabila, che si ricandida alla guida del Paese, può infatti contare ancora su una forte maggioranza di consensi tra la popolazione di gran parte delle regioni dell’immenso Paese, oltre che su sostegni internazionali più o meno espliciti. Il suo principale avversario è Etienne Tshisekedi, candidato dall’Unione per la democrazia e il progresso sociale (Udps), che però non è riuscito a coalizzare l’opposizione e, in particolare, a garantirsi il sostegno dei seguaci dell’ex vice presidente e leader del Movimento per la Liberazione del Congo, Jean-Pierre Bemba. Quest’ultimo è oggi nel carcere all’Aja della Corte penale internazionale, davanti alla quale è imputato di crimini di guerra per le atrocità commesse dalle sue milizie nella Repubblica Centroafricana nel 2002 e nel 2003.

Kabila ha puntato molto, in campagna elettorale, su quelli che considera i successi economici raggiunti nel suo primo mandato. Per esempio, grande spazio sulla stampa governativa hanno avuto le affermazioni del Fondo monetario internazionale, secondo il quale la crescita nel 2011 del prodotto interno lordo del Paese è valutabile al 6,5 per cento. Ma come quasi sempre accade nei Paesi in via di sviluppo, i dati macroeconomici e finanziari si basano su parametri che non tengono conto delle condizioni effettive delle popolazioni e che non scendono nei particolari delle ricadute sociali di tale presunta crescita. Del resto, quello di produrre ricchezza, in un Paese tra i più dotati al mondo di risorse naturali e minerarie, non è mai stato un problema. Al contrario, la ricchezza in questione — fossero gli schiavi dell’epoca della penetrazione occidentale od oggi il coltan, la lega minerale naturale strategica per le moderne tecnologie — è stata una sorta di maledizione nella storia congolese, dato che ne hanno beneficiato colonizzatori o invasori stranieri e dirigenze politiche locali quasi sempre depredatorie. Sulle popolazioni si è riversato ben poco di questa ricchezza e le condizioni per i traguardi veri di sviluppo, prima tra tutte la pace, non hanno mai trovato effettiva attuazione. E sono in molti a ritenere che neppure queste elezioni riusciranno a mutare la situazione in modo rilevante.

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