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Scarabocchi
in ottimo latino

· ​Sugli affreschi della basilica di San Giulio d'Orta ·

Numerosi graffiti, scritte e scarabocchi solcano i coloratissimi affreschi che decorano l’interno della basilica di San Giulio d’Orta sull’omonima isola del lago prealpino del Piemonte. La basilica è l’ultima di cento chiese fondate, secondo la tradizione, dal prete di origine greca Giulio alla fine del IV secolo. Giulio era un evangelizzatore itinerante proveniente dall’isola di Egina, costruttore di chiese insieme al fratello diacono Giuliano al tempo dell’imperatore Teodosio I. Oggi sull’isola sorge l’abbazia benedettina Mater Ecclesiae, fondata nel 1973 dalla badessa Anna Maria Canopi su richiesta del vescovo di Novara, monsignor Aldo Del Monte (1915-2005). Abbiamo chiesto a suor Maria Raphaela di raccontarci le bizzarre scritte incise sugli affreschi che tappezzano le pareti della chiesa e che l’hanno colpita e incuriosita al punto di volerli documentare con la sua fotografia.

Le scritte sull'affresco di sant'Antonio abate

Non è strano che affreschi a grandezza d’uomo che raffigurano la Madonna o i santi, per di più in un luogo di culto, siano stati usati come “taccuini”? 


In effetti su diversi affreschi della basilica di San Giulio si riscontrano, soprattutto in corrispondenza degli sfondi, dei graffiti, vere e proprie scritte incise di argomento vario e risalenti al XV-XVI secolo. Solo in questi anni si è iniziato a studiare il fenomeno, e ancora non si è giunti a conclusioni definitive. Evidentemente queste scritte rispondevano al desiderio, presente sempre nell’uomo, di lasciare un segno di sé, di registrare particolari avvenimenti, oppure — ed è il caso dell’isola San Giulio — di affidare se stessi o determinate situazioni al santo patrono che si veniva a venerare. In tale ambito però possiamo fare solo ipotesi, non avendo ovviamente la testimonianza diretta degli autori di quei graffiti. 


Dall’osservazione delle scritte, risalenti ai secoli XV e XVI, emerge che gli autori non potevano essere grafomani o, per così dire, writers dell’epoca


Le scritte presenti sugli affreschi in genere sono infatti in buon latino, a volte sono realizzate con una particolare grafia, a volte parlano di personaggi illustri: si vede bene che non sono uno sfogo istintivo o un atto di vandalismo, ma rispondono, come prima si diceva, al desiderio di lasciare un segno nella storia, di immortalare qualche evento particolare, ad esempio l’arrivo all’isola di qualche autorità, oppure di registrare annotazioni sul clima o sul raccolto di quell’anno.


Qual è l’importanza delle scritte da lei documentate attraverso gli scatti di una macchina fotografica?


Sicuramente questi “scarabocchi” — già oggetto di studio da parte dello storico medievista Battista Beccaria, che studia la storia della Chiesa novarese e recentemente ha dedicato un saggio al fenomeno — decifrati e trascritti potranno fornire informazioni preziose per arricchire la nostra conoscenza della storia dell’isola. E c’è un altro aspetto da considerare: le scritte sono un’ulteriore attestazione dell’importanza del luogo per la fede dei nostri padri, dal momento che testimoniano un afflusso non indifferente di pellegrini.
L’abbondanza di incisioni sugli affreschi denota quindi un grande afflusso di persone tra il Quattrocento e il secolo successivo.
La presenza dei graffiti sui diversi affreschi della basilica di San Giulio non deve destare sorpresa: tale fenomeno è registrato anche in altri luoghi importanti. Finora gli storici dell’arte non vi avevano dato molto peso, anzi, in genere li hanno considerati come elementi di degrado, dovuti alla maleducazione dei passanti. Forse nuovi studi potrebbero condurci a una nuova comprensione.


Suor Maria Raphaela, lei è monaca benedettina e fotografa... 


L’uno e l’altro aspetto convivono senza problemi. Anzi, sarebbe meglio dire che si rafforzano a vicenda: sono una consacrata che ama fotografare le bellezze del creato. Tutto qui.

di Roberto Cutaia

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25 febbraio 2020

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