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Scambio tra generazioni

· Al sinodo proseguono le congregazioni generali ·

Nel giorno della festa di san Giovanni XXIII, giovedì mattina 11 ottobre, nell’aula del Sinodo è stata applicata — lo ha ricordato nell’omelia dell’ora terza il vescovo ausiliare di Mendoza, monsignor Dante Gustavo Braida — l’indicazione spirituale da lui suggerita all’apertura del concilio Vaticano II di aprire le finestre per far entrare aria fresca, nuova, e di non lasciare che le strutture ingabbino lo spirito «perché si è sempre fatto così», di dare una mano a questi giovani che hanno voglia di «spaccare il mondo».

E così durante i lavori della nona congregazione generale, alla presenza del Papa e di 256 padri sinodali, non è mancato il ringraziamento ai giovani perché, proprio con la loro insistenza, ricordano ai pastori di essere più coerenti nella missione di annunciare e testimoniare Cristo. Certo anche i pastori sono chiamati a ricordare ai giovani, con tenerezza e non solo con belle parole, di essere a a loro volta coerenti con la vita cristiana. Con una certezza: ci si converte e si cambia vita anche da vecchi.

Proprio questo scambio vitale tra generazioni è stato uno dei fili conduttori dei venticinque interventi. Ai quali si è aggiunto il delegato fraterno Tim Macquiban, direttore del Methodist ecumenical office: da lui è venuto un appassionato richiamo a camminare, pregare e lavorare insieme puntando alla santità, rafforzando dialogo e collaborazioni comuni.

Riguardo alla questione dell’ascolto dei giovani, è stato messo in risalto che non si tratta di raccogliere lamentele quando non insinuazioni contro la Chiesa o fare sondaggi, quanto invece di consentire ai giovani di essere Chiesa sul serio. Per quanto riguarda l’accompagnamento, uno stile pastorale su cui nel sinodo si sta insistendo molto, occorre valutare bene come concretizzarlo: lontano da ogni controllo, è piuttosto un rapporto di reciproca libertà.

Anche le questioni che colpiscono duramente la vita dei giovani di oggi sono state poste chiaramente sul tavolo, per quanto molto diverse da regione a regione. E così, se ci sono giovani alle prese con guerre, migrazioni e discriminazioni — soprattutto nei confronti delle giovane donne — ma anche con analfabetismo e povertà, ce ne sono altri nel vortice del secolarismo, tra disoccupazione e una cultura dell’immaturità a vita. In questo senso, la secolarizzazione può essere vista come un segno che ci libera da automatismi e ci chiama a esser cristiani perché lo si vuole davvero, senza idealizzare un passato che non c’è più. Resta il fatto che tutti questi giovani, è stato affermato, sono «in debito» di accompagnamento e anche di comunità aperte, gioiose, accoglienti.

Si è parlato di catechesi adeguate, perché alle volte c’è il dubbio che si capisca davvero di cosa parlano i pastori; di proposte che impegnino davvero la vita; della centralità dell’esame di coscienza e del sacramento della riconciliazione; ma anche della tragica vicenda degli abusi sessuali e di tanti altri abusi spirituali imposti ai giovani. E dai padri sinodali è venuta la promessa a «fare di più», rilanciando la passione messa in campo e sintetizzata da un vescovo con un grido che ha suscitato l’applauso di uditrici e uditori: «Sono fiero dei miei giovani!».

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17 dicembre 2018

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