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Saper morire

· ​Un discutibile libro sui progressi delle cure palliative ·

Quattro anni dopo l’uscita in lingua tedesca con il titolo di Uber das Sterben è ora stato tradotto in italiano il libro di Gian Domenico Borasio, neurologo e palliativista, direttore della cattedra di medicina palliativa dell’Università di Losanna. Saper morire (Torino, Bollati Boringhieri, 2015, pagine 208, euro 16,50), così la traduzione del titolo, è opera solo in apparenza semplice e dalla quale emergono molteplici intenti. Alternando casi clinici e parti esplicative, l’autore conduce alla scoperta del mondo della medicina palliativa dapprima esponendone in modo lineare i principi e la pratica e successivamente addentrandosi nello specifico di alcuni fra i più importanti e scottanti temi etici che ruotano attorno alla fase di fine vita. 

Jacques-Louis David, «La morte di Socrate» (1787)

Il mistero anche biologico della morte, l’ospedalizzazione della stessa, i cambiamenti della moderna società, le paure dei malati e le pretese della medicina sono tra le tematiche che permettono a Borasio di spiegare con chiarezza le possibili risposte, spesso sconosciute per la maggior parte delle persone, che i progressi delle cure palliative offrono. Nonostante il taglio più attinente all’area tedesca nella quale l’autore ha a lungo lavorato, le considerazioni sono quasi completamente aderenti anche alla realtà italiana.
Eppure, a una lettura attenta, il libro lascia in non pochi passaggi piuttosto perplessi, tanto da far temere persino che una così grande linearità e chiarezza siano veicoli efficaci di informazioni discutibili. A partire dalla definizione di cure palliative dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), riportata solo parzialmente ma senza dichiararlo, l’autore evita di scrivere ad esempio che tali cure intendono accompagnare il morente, secondo l’Oms, senza «né accelerare né ritardare il decesso». Manca così al lettore fin dall’inizio una pietra miliare per comprendere l’estraneità alla medicina palliativa di concetti come eutanasia o suicidio assistito, concetti che invece sempre più qualcuno vorrebbe forzatamente integrare nel panorama delle cosiddette “cure palliative integrali”.
Il dottor Borasio più volte ripete che l’eutanasia dovrebbe restare vietata ma chiaramente si mostra favorevole al suicidio assistito per quelle persone che «desiderino avere un’alternativa migliore rispetto al gettarsi sotto un treno o legarsi una corda al collo». Sorprende a questo proposito che chi come l’autore ha così a lungo lavorato a contatto con i malati in fase avanzata di malattia non abbia percepito l’evidenza che il desiderio di morire suicidi in tali pazienti è ridottissimo. Sarebbe senza dubbio valsa la pena di sottolineare questo dato con forza e di dire chiaramente che il fatto di proporre il suicidio assistito come una delle alternative possibili non fa altro che indurre i pazienti a farvi ricorso, illudendoli di mantenere il controllo fino alla fine sulla propria vita che stanno comunque inesorabilmente perdendo.
Il fil rouge del controllo a tutti i costi fino alla fine pervade molte pagine del libro ma ciò che più dispiace è che chi nella biografia del risvolto di copertina si definisce «cattolico praticante» mostri poi nei fatti di essere spesso lontano dall’amor di verità che dovrebbe comunque contraddistinguere l’uomo di scienza. A parte la completa dimenticanza della millenaria tradizione cristiana della meditatio mortis, sbrigativamente oggidì sostituita da ben più inconsistenti “spiritualità” a buon mercato, non si può non commentare quanto l’autore afferma a proposito del caso Englaro.
Borasio scrive che «il Vaticano descrisse ripetutamente la richiesta del signor Englaro di lasciare che la figlia (...) morisse di morte naturale in seguito all’interruzione della nutrizione e idratazione artificiale come un “abominevole assassinio”». Vista la citazione tra virgolette dei due termini pesantissimi riferiti come in qualche modo pronunciati o scritti dal “Vaticano”, il dottor Borasio avrebbe dovuto, come poco dopo fa puntualmente con la citazione di un quotidiano, indicare il documento o la fonte. Se si pensa che in quei giorni terribili Lucetta Scaraffia scrivendo su questo giornale (La dignità della morte, 8 febbraio 2009) parlava di «toni esaltati ed esibiti, talora con accenti eccessivi (...) proprio quando sono così importanti la pacatezza e l’equilibrio», non si può non restare costernati nel constatare che quei toni esistono ancora nonostante i propositi di facciata.
L’occhio del palliativista può restare perplesso anche su altri passaggi. Si sottolinea che occorre essere precisi quando si parla di “malato terminale” o di “fine vita”. Borasio afferma ad esempio che «la nutrizione e idratazione artificiale nel fine vita non dovrebbe di norma essere effettuata» per garantire che il tutto avvenga nel modo «più naturale e sereno possibile» ma senza precisare in termini precisi cosa si intende per “fine vita” o “malato terminale”. L’affermazione, posta così, può essere pericolosa.
Immagino uno dei miei studenti che potrebbe chiedermi se allora sia lecito non idratare o nutrire un paziente affetto da una neoplasia, ad esempio della laringe, incurabile: immediatamente lo porterei a riflettere sul fatto che tutto dipende dalla prognosi. Se la morte dipende dal fatto che non lo idratiamo o non lo nutriamo, e non dal fatto di avere un tumore incurabile, bisognerà considerare tale supporto. E ancora bisogna essere precisi, molto cauti e onesti quando si vuole parlare del principio del doppio effetto: l’autore lo fa, ma in modo piuttosto maldestro.
Dopo averlo liquidato come una «congettura etica» da far risalire a san Tommaso d’Aquino, Borasio, pur sottolineando che l’uso moderno dei farmaci rende tale principio quasi superfluo, dimentica completamente che sessant’anni fa Pio xii in alcune risposte radiofoniche agli anestesisti in congresso considerava lecito somministrare analgesici ad alte dosi pur di lenire il dolore dei sofferenti accettando il fatto che la vita potesse esserne abbreviata. Non è quindi vero che «per decenni» ciò non fosse ritenuto lecito o almeno occorreva dire che il Vaticano pareva in quel caso precorrere i tempi.

di Ferdinando Cancelli

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