Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Saper accogliere
è buona amministrazione

· L’esperienza modello avviata in provincia di Varese dal sindaco di Comerio Silvio Aimetti ·

«Senza senso»: rendere difficile ai richiedenti asilo ottenere uno status riconosciuto non solo non risponde alla coscienza di uomini e di credenti. Semplicemente è un’offesa alla logica. E «Prima gli italiani» da slogan politico rischia di indicare il triste primato di chi, alla fine, ci rimette di più. Silvio Aimetti, 51 anni, sindaco di Comerio, in provincia di Varese, è prima di tutto un amministratore con forte senso pratico. Come la sua gente, del resto. E ha capito da subito che aiutare chi arriva in Italia non è solo un imperativo morale o religioso. È buona amministrazione. La sua “Rete civica degli amministratori per l’accoglienza e la lotta alla povertà della provincia di Varese” è ormai una realtà riconosciuta per il suo impatto positivo sul territorio, tanto da attirare l’attenzione di chi da sempre è impegnato sul tema dell’accoglienza: i primi cittadini che ne fanno parte sono stati ricevuti da Papa Francesco nel 2017 e, nel dicembre scorso, dall’arcivescovo di Milano Mario Delpini. «Entrambi ci hanno incoraggiato ad andare avanti e ci hanno assicurato tutto il loro sostegno. All’arcivescovo ho detto che dobbiamo continuare a lavorare come squadra, il Comune con le scuole, le parrocchie, le imprese». E anche grazie alle iniziative personali. Tre anni fa Aimetti aveva il problema di trovare occupazione ad alcuni italiani. Fondi non ce n’erano. E poi c’erano dei migranti da accogliere. Elementi difficilmente conciliabili. Però il sindaco aveva una casa sfitta. E la questione si è trasformata in un’equazione semplice: do la casa a una cooperativa (la Colce) che accoglie i migranti e invece di incassare il canone d’affitto pretendo che i soldi vengano usati per impiegare gli italiani senza lavoro.

È partito tutto da lì...

Sì, ma il fatto è che ci si sentiva soli, come amministratori. Non sapevamo come fare. In provincia di Varese ci sono 139 Comuni. In 30 di questi sono presenti iniziative di accoglienza, Ma gli Sprar (i centri del Sistema di protezione dei richiedenti asilo e dei rifugiati, ndr) sono solo quattro. Ci siamo confrontati e abbiamo capito che concentrare gli immigrati tutti insieme e in gran numero non era sostenibile: abbiamo deciso di dare vita a una accoglienza diffusa, con gruppi al massimo di 6 o 7 persone. L’esperienza è stata positiva: abbiamo stabilito un protocollo per il loro impiego lavorativo facendogli nel frattempo anche studiare l’italiano. Grazie anche alle cooperative.

Ecco, quello delle cooperative è un punto sensibile: le esperienze passate talvolta non sono state positive.

In questo senso il modello dell’accoglienza diffusa mostra tutta la sua validità. Quando si accoglie un piccolo numero di persone per volta, difficilmente gli enti interessati a lucrare sull’immigrazione si fanno avanti. Di solito invece si presentano gli organismi caritativi, le strutture che fanno capo alla Caritas, enti che sanno bene come così si crei anche lavoro per qualche italiano. Per quanto riguarda il passato, secondo me non si doveva permettere di creare assembramenti di 50 persone in una palazzina. C’è indubbiamente gente che ci si è arricchita. Ma bastava stabilire dei protocolli di accreditamento più severi. E comunque ormai chi ha approfittato non è più attivo.

Però il tema economico è, assieme a quello della criminalità, il più usato nelle argomentazioni di chi sostiene la necessità di un giro di vite sull’immigrazione.

Guardi, io non posso biasimare i cittadini, magari anziani, che si vedono arrivare vicino casa improvvisamente 50 immigrati tutti insieme. In molti casi si ha una paura comprensibile, perché non si conosce chi sono queste persone, da dove vengono. Però, appunto, si tratta solo di timori. Prendiamo il tema della salute, per esempio. Si parla di malattie, di emergenze sanitarie. Non esiste niente di tutto ciò. Non c’è mai stata una sola epidemia.

E come si possono combattere questi pregiudizi che sono ancora molto forti?

Mostrando come l’immigrazione sia realmente una risorsa per gli italiani. La cosa più sbagliata da fare è sicuramente mettere poveri contro poveri. Io ogni 6/7 immigrati creo un posto di lavoro per gli italiani, senza parlare dei servizi collaterali. Accogliere bene è, direbbero gli inglesi, un win-win: alla fine vincono tutti.

I politici però rischiano. Dicono che devono rispondere agli elettori.

Guardi, io quando sono stato eletto sindaco, nel 2011, ho ottenuto il 65 per cento per cento dei voti, in un territorio dove, come si sa, la Lega la fa da padrona. Alle consultazioni successive, nel 2016, dopo aver avviato i progetti di integrazione di cui abbiamo parlato, ho preso l’87 per cento.

Secondo lei, il modello di accoglienza diffusa è proponibile anche nelle grandi città?

Secondo me sì, a patto di suddividere il territorio in realtà più piccole e favorendo la cooperazione fra Municipi e parrocchie, per esempio. Nei Comuni virtuosi si dovrebbe anche prendere in esame l’idea di derogare al patto di stabilità, perché sbloccare fondi per l’immigrazione consente anche di fare interventi a favore della città.

Nel frattempo qualche sindaco in Italia ha deciso di derogare alle norme del Decreto sicurezza...

Io spero che sia dichiarato incostituzionale. Ma, ripeto, per una questione anche di nostra convenienza, degli italiani. Non permettere più agli Sprar di accogliere chi è in attesa di ottenere protezione significa costringere queste persone alla clandestinità e, in quel caso sì, alla criminalità. Mentre invece, per esempio in provincia di Varese, su 2000 richiedenti asilo ci sono zero reati contro il patrimonio o contro la persona. Avevamo veramente la possibilità, anche di fronte alla riduzione del numero degli arrivi, di innescare un circolo virtuoso e una gestione efficace dell’immigrazione. Oltretutto, incentivare la politica dei rimpatri costa, qualche migliaio di euro per ogni immigrato. I fondi non ci sono e ci vorrebbero anni. Io rivolgo questo interrogativo: «Fateci vedere come realmente intendete procedere». Pe me la risposta è semplice: non è possibile.
di Marco Bellizi

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

21 settembre 2019

NOTIZIE CORRELATE