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Santità quotidiana

È con emozione che l’8 dicembre celebreremo la beatificazione di diciannove nostri confratelli e consorelle nel santuario Santa Cruz di Orano.

Come dimenticare quella fatidica data del 27 dicembre 1994, quando, a mezzogiorno in punto, il telefono squillò nella casa del provinciale dei Padri bianchi ad Algeri dandoci la tristissima notizia dell’uccisione dei nostri quattro confratelli a Tizi Ouzou.

Padre Charles Deckers

Il giorno prima, 26 dicembre 1994, sempre a mezzogiorno in punto, avevamo celebrato nel presbiterio della basilica Notre Dame d’Afrique i settant’anni di padre Charles Deckers, che nella società dei Padri bianchi chiamavamo affettuosamente Charlie. Stavamo consumando quel pasto allegramente con una buona birra belga, alla presenza del rettore della basilica, padre Paul Marioge.

Colpisce che in quel fatidico 27 dicembre io fossi a tavola con lo stesso rettore nella casa provinciale, mentre padre Charlie si era messo in cammino per raggiungere Tizi Ouzou, per celebrarvi la festività di san Giovanni, apostolo e santo patrono di padre Jean Chevillard. Charlie, all’inizio della sua missione in Algeria, era stato in comunità, in una casa dei Padri bianchi situata nella casba di Algeri, rue Ben Cheneb, per studiare l’arabo. Quel 27 dicembre il destino ha fatto sì che vivesse il martirio con gli altri due confratelli del posto.

E colpisce anche che quella terribile telefonata del 27 dicembre a mezzogiorno non fosse stata fatta da una qualsiasi autorità, ma da un gruppo di ex alunni. Le loro voci si udivano appena, interrotte da singhiozzi, poi da richieste di perdono per quanto era appena accaduto. «È stato atroce!». Una ventina di anni prima, il 4 gennaio 1972, avevo vissuto un dramma simile quando padre Georges Rogé era stato assassinato nello stesso luogo, nello stesso punto e alla stessa ora!

In seguito arrivarono le telefonate del commissario di polizia locale, anch’egli sconvolto, che si profuse in scuse perché lui e i suoi colleghi non avevano potuto impedire quella tragedia. Quando mi telefonarono poi la cuoca e sua figlia, anch’io sprofondai nel dolore. Di fatto, queste ultime erano state rinchiuse nella cucina mentre i carnefici portavano a termine il loro sporco lavoro. Quelle due donne non si sono mai riprese: «Erano stati assassinati i loro padri». Era terribile.

Come era avvenuto nel 1972 con padre Rogé, tutta la popolazione di Tizi Ouzou e dei villaggi vicini, sotto shock, condannò quell’atto barbaro e codardo. Il giorno del funerale migliaia di persone, della città e dei villaggi, scesero nelle strade di Tizi Ouzou per proclamare forte e chiaro: «Questi uomini erano messaggeri di Dio che avevano tutta la nostra fiducia». Tutti i negozi abbassarono le serrande in segno di lutto e di protesta. Il primo ministro algerino, musulmano, presente al funerale, disse alla sorella di uno dei nostri confratelli uccisi: «Sì, ne sono certo, suo fratello è in cielo». Il ministro algerino per la formazione professionale, musulmano, anche lui presente, era sconvolto dal dolore: «Aveva perso un amico molto stretto, impegnato, come lui, nella formazione professionale della gioventù algerina». Quel ministro fu a sua volta assassinato alcuni mesi dopo ad Algeri.

Padre Deckers e i suoi confratelli, come pure gli altri quindici, possono essere considerati “santi del quotidiano”. L’azione banale, comune, giornaliera, diviene “straordinaria” per la fedeltà all’altro, per l’amicizia, per la gratuità dell’atto, senza secondi fini, e in circostanze a volte difficili, dolorose, o addirittura pericolose. Migliaia di altre persone, algerine e non, si sono impegnate allo stesso modo, in quell’epoca conosciuta come gli “anni bui”. Mi tornano in mente le immagini delle ragazze che andavano coraggiosamente a scuola ogni mattina nelle aree periferiche delle grandi città, come il quartiere Badjarah, o altri, mettendo a rischio la propria vita.

Potrei citare molti altri esempi di donne, uomini e giovani convinti, che rivendicavano il loro diritto alla scolarizzazione e il posto della donna nella società umana. Si battevano tutti per il rispetto delle convinzioni degli uni e degli altri, non come atto di audacia, ma perché volevano affermare il diritto di ognuno, uomo o donna, a vivere in totale libertà, nel rispetto reciproco. Le suore, i padri, i laici cristiani impegnati non sono rimasti estranei a questo movimento e diciannove di loro l’hanno pagato con la propria vita, come migliaia di altri algerini e stranieri.

Ho incontrato per la prima volta padre Charlie al mio arrivo in Algeria, il 23 settembre 1969. A quel tempo era a capo del centro professionale di Tizi Ouzou e io ero stato nominato responsabile di una piccola scuola in un villaggio chiamato Beni Yenni. Padre Charlie m’indicò la via per arrivare al villaggio, e tutto ciò sotto una pioggia battente. Per sei anni le nostre strade si sono incrociate sia nella comunità dei padri sia nella prefettura e nell’ufficio per l’educazione nazionale. La sua preoccupazione più grande era di formare i giovani attraverso la scolarizzazione o la formazione professionale. Saper leggere e scrivere e avere un mestiere erano per lui le basi dello sviluppo e della crescita dell’essere umano. Era per questo che aveva accettato d’insegnare lingua araba in un collegio di ragazze gestito da suore, distante qualche chilometro dal capoluogo dove risiedeva. Il fine settimana assicurava anche il trasporto a una decina di quelle ragazze, le più povere, per permettere loro di ritornare regolarmente al proprio villaggio, altrimenti non sarebbero mai potute uscire dalla casa dei genitori.

Padre Deckers aveva il senso della condivisione, delle cose semplici della vita. Perciò ogni quindici giorni andava allo stadio cittadino per sostenere la squadra locale. Ciò chiaramente gli permise di farsi tanti amici, tra i quali un responsabile di una confraternita religiosa che era anche direttore della gioventù e dello sport alla prefettura. Charlie stava diventando sempre più algerino e finì col richiedere la cittadinanza, cosa che ottenne senza problemi perdendo ovviamente quella d’origine. A quell’epoca gli algerini non avevano ancora il diritto di viaggiare liberamente. Pe ogni ritorno al suo paese natale “il povero Charlie” doveva richiedere un visto di uscita alla sottoprefettura di Tizi Ouzou. Il padre adempiva tale obbligo senza fiatare, contento di stringere nuovi contatti mentre faceva la fila con tutti gli altri algerini davanti alla porta del sottoprefetto.

Con il gravoso compito di dare la notizia dell’assassinio di padre Charlie alle diverse autorità, nel pomeriggio del 27 dicembre 1994 chiamai l’ambasciata del Belgio ad Algeri. Il centralinista mi rispose dapprima che era dispiaciuto, ma poi aggiunse che il padre in questione era algerino, per cui la cosa non riguardava più quell’ambasciata. Ovviamente un’ora dopo l’ambasciatore mi richiamò per porgere le sue sentite condoglianze.

I media in Algeria e in Francia presentarono quel tragico evento in modo insolito, in questi termini: «Tre francesi e un cittadino straniero sono stati uccisi». La notizia fu in seguito rettificata da tutti.

A quei tempi, l’islamismo aveva cominciato lentamente a prendere piede nella società algerina, sostituendo, per così dire, una sorta di nazionalismo che aveva fatto il suo tempo, una volta che il paese era diventato indipendente. La fama di padre Deckers creò qualche gelosia negli ambiti conservatori islamisti, che finirono col costringere le autorità a vietargli di risiedere nel dipartimento. In quanto algerino, non poteva essere espulso dal paese ma poteva esserlo dal dipartimento.

Fu una grande delusione per padre Charlie e i suoi numerosi amici. Ripartì per il Belgio per fondare a Bruxelles un centro di dialogo islamo-cristiano chiamato “El Kalima”. Aveva anche molti contatti con il mondo scolastico belga, motivati dalla presenza di bambini musulmani nelle scuole, e con i cappellani carcerari, che incontravano tanti detenuti musulmani.

Eccellente conoscitore del mondo arabo, soggiornò anche a lungo nello Yemen. Al suo ritorno in Algeria, dato che nessuno sapeva se il divieto per lui di risiedere in Cabilia fosse ancora in vigore, si stabilì nella basilica di Notre-Dame d’Afrique, dove divenne vicario, affiancando il rettore. Da lì svolgeva il suo apostolato presso la popolazione locale, ma anche presso gli studenti subsahariani cristiani. Conosceva bene l’inglese, il francese e l’arabo, il che favoriva notevolmente i suoi contatti. Ma non sapeva resistere al suo primo amore: la Cabilia. Vi ritornava regolarmente in auto, in giornata, percorrendo molti chilometri per raggiungere i villaggi e condividere la vita degli abitanti.

E così giunse quel 27 novembre. Mentre parcheggiava la sua auto nel cortile della casa dei padri a Tizi Ouzou, fu vigliaccamente ucciso. Lasciò la portiera dell’auto tristemente aperta e il suo bel burnus bianco cabilio sul sedile. Sappiamo tutti che il suo sacrificio, come quello dei suoi tre confratelli del posto, non è stato inutile e recherà frutti.

di Jan Heuft

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