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Santità episcopale ordinaria

· Alla Cei il cardinale Ouellet ricorda Paolo VI ·

Nella mattina di mercoledì 14 novembre il prefetto della Congregazione per i vescovi ha celebrato la messa con i presuli della Conferenza episcopale italiana riuniti in Vaticano per l’assemblea straordinaria. Pubblichiamo di seguito l’omelia del porporato, tutta incentrata sulla figura di Paolo VI, canonizzato da Papa Francesco un mese fa in piazza San Pietro.

«In ogni cosa rendete grazie: questa infatti è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi» (1 Ts 5, 18)

I padri conciliari nella basilica Vaticana in un disegno di Lello Scorzelli

Cari amici,

Esattamente un mese fa avveniva qui la canonizzazione di Giovanni Battista Montini, san Paolo VI, il Papa del concilio Vaticano II. In onore di questo evento, io ripeto con voi l’antifona che introduce il vangelo del giorno: «In ogni cosa rendete grazie: questa infatti è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi».

Sono molto onorato e particolarmente riconoscente di ritrovarvi in questa felice circostanza, che ci invita a rendere grazie, ma anche a pregare per ottenere un nuovo soffio di speranza e di santità.

I lavori della vostra assemblea straordinaria, richiamano una delle principali direttrici del pontificato di san Paolo VI: la riforma liturgica e i passaggi travagliati della sua graduale e delicata attuazione a beneficio del popolo di Dio. Sono note le difficoltà di questa riforma, da un lato abusata per la ricerca a tutti costi di novità, dall’altro sofferta o rifiutata per attaccamento a valori tradizionali o per una male intesa interpretazione della tradizione. Il santo Pontefice ha allora saputo dosare, nei confronti della liturgia come in altri campi, la fermezza e la pazienza, salvaguardando l’essenziale e tollerando certe disordinate ricerche del post-concilio.

Il suo equilibrio pastorale era il frutto di una formazione al discernimento e al dialogo di lungo respiro, esperienza acquisita presso i giovani della Fuci, la Curia di Roma e di Milano. Una formazione solida ma aperta, che gli permise di accogliere con entusiasmo l’evento del concilio Vaticano II e di governarne i lavori una volta divenuto Papa. In seguito poté dare corretta applicazione alle sue delibere, con prudenza e saggezza, nel bel mezzo delle turbolenze sociali ed ecclesiali dell’epoca, che non erano meno drammatiche di quelle del giorno d’oggi.

Ai nostri giorni, l’entusiasmo conciliare si è da tempo smorzato e si sente il bisogno di un nuovo soffio per rilanciare la formazione liturgica e rinvigorire la partecipazione dei fedeli alla celebrazione del mistero pasquale, così fortemente riportato al centro dell’attenzione dalla riforma conciliare. Oso sperare che la messa a punto della traduzione italiana del messale romano, a tema nella vostra assemblea straordinaria, sia un segno di questo nuovo soffio che il popolo di Dio attende dai suoi pastori. Non dubito che dal cielo, il nuovo santo bresciano accompagni con sollecitudine le tappe di questo lavoro, come accompagnava attentamente i lavori del concilio sforzandosi di intervenire per arricchire o correggerne gli sviluppi.

Oltre l’ordine del giorno che vi occupa, per quanto importante esso sia, fermiamoci ad alcuni tratti caratteristici del nuovo santo, che meritano la nostra attenzione, anche se, senza dubbio, abbiamo tutti letto, riflettuto e soprattutto pregato in occasione della sua canonizzazione. Per quanto mi riguarda, provo uno speciale sentimento di gratitudine verso san Paolo VI, che ha segnato la mia vita sacerdotale con la sua enciclica programmatica sul dialogo, Ecclesiam suam, la sua difesa del celibato sacerdotale, la sua professione di fede del giugno 1968 e soprattutto la pubblicazione dell’enciclica Humanae vitae nel luglio 1968, due mesi dopo la mia ordinazione sacerdotale.

Quanto coraggio e umiltà occorsero allora a Paolo VI per esporsi all’incomprensione, al disprezzo e alla contestazione, aperta o larvata, degli ambienti ecclesiali! La successiva storia di deriva morale in Occidente gli ha dato ragione, ma ebbe a pagare a caro prezzo la sua fedeltà, al costo della solitudine, del fallimento e persino dello scisma.

Nel complesso, quest’uomo di Dio, questo vero pastore che dà la propria vita per le sue pecore, non ha vacillato nelle sue convinzioni, anzi le ha rafforzate e nel mezzo delle aspre prove che lo hanno duramente segnato, ha potuto concludere il suo pontificato con una commovente esortazione apostolica sulla gioia cristiana: la Gaudete in Domino, seguita dall’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi (En).

Papa Francesco gli ha reso un vibrante omaggio raccogliendone il respiro nella sua enciclica programmatica Evangelii gaudium (Eg): «Possa il mondo del nostro tempo — che cerca ora nell’angoscia, ora nella speranza — ricevere la buona novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo la cui vita irradii fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo» (En 80 citato in Eg 10).

Giovanni Battista Montini, san Paolo VI, l’uomo di un cattolicesimo aperto alla modernità, plasmato da valori familiari patriottici ma non settari, capace di dialogo e di collaborazione con la società civile e la classe politica del suo tempo. Un uomo appassionato di comunicazione, che era convinto dell’impatto che il cristianesimo dovesse avere sulla cultura e la società, ma che preferiva la logica evangelica della testimonianza alla rigida difesa di un’identità ereditata dal passato. Sacerdote pieno di zelo e creativo, egli fu un formatore di coscienze e un saggio consigliere di tutta una generazione che ha in seguito diretto i destini politici del dopoguerra in Italia. Curiale discreto ma efficace, la sua competenza gli guadagnò la fiducia di Pio XI e soprattutto di Pio XII, che ebbe a servire a lungo e fedelmente alla Segreteria di Stato, fino al suo invio a Milano come arcivescovo, un passaggio provvidenziale per la sua esperienza pastorale, ma tuttavia doloroso a causa del groviglio di certe rivalità ecclesiastiche.

«In ogni cosa rendete grazie: questa infatti è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi».

Non è casuale che la canonizzazione di san Paolo VI ci interpelli nell’ora presente della Chiesa in Italia. Papa Francesco ha riportato al centro dell’attenzione la sua eredità con la propria visione della Chiesa che recupera le grandi direttrici del pontificato montiniano: l’evangelizzazione, la riforma spirituale e missionaria, la pace e la giustizia nel mondo. La specialissima attenzione riservata ai poveri dal Santo Padre, non è un ambito tra gli altri della sua azione pastorale: è il dato assiale e trasversale che mobilita il suo annuncio di Gesù Cristo. Si tratti della profezia, della diaconia, della disciplina delle comunità, o ancora della diplomazia a servizio della pace e della giustizia nel mondo, la Chiesa non ha altra missione che annunciare il più povero tra i poveri, il Crocifisso, la cui morte e risurrezione hanno stabilito per sempre la sua solidarietà con tutti i poveri del pianeta, siano poveri di pane, di educazione, di giustizia, di pace, e soprattutto poveri di Dio.

Giovanni Battista Montini ci viene oggi incontro per ricordarci la via di una santità episcopale ordinaria, fatta di umiltà e di tenerezza misericordiosa, senza gloria mondana, ma vibrante di una carità pastorale capace di soffrire e di servire nelle avversità.

San Paolo VI si è esposto e sacrificato per amore della Chiesa, a rischio di essere meno amato, lui che affermava: «Bisogna invidiare a Santa Caterina morente le parole conclusive della sua vita infiammata: “Io, in verità, ho consumata e data la vita nella Chiesa e per la santa Chiesa: la quale cosa mi è singolarissima grazia” (cfr. J. Joergensen, Sainte Catherine de Sienne, éd. Beauchesne, 1920, p. 518-519)» (udienza generale, 15 giugno 1966). Egli è ora ripagato continuando a insegnarci che la fedeltà a Cristo è la più bella ricompensa del battezzato e del ministro del Vangelo.

«In ogni cosa rendete grazie: questa infatti è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi». San Paolo VI ottienici e donaci una parte del tuo Spirito.

di Marc Ouellet

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