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Santità e politica

· Hildegard Burjan ·

La vita di Hildegard Burjan è stata fitta di eventi tragici: «Se Dio, al momento della morte, mi domandasse se voglio continuare a vivere a costo di dover sopportare tutto di nuovo, sceglierei senza esitare la morte». Il fatto di non aver ceduto allo sconforto, anche se avrebbe voluto sbattere la testa dolorante “contro il muro”, dipende dal suo “essere redenta”. Un’esistenza estrema, certo, ma non per la tragicità, bensì per il carisma dell’offerta di sé. Chi altro potrebbe riassumere la propria vita con le parole da lei pronunciate poco prima della morte, l’11 giugno 1933: «La domenica della Santissima Trinità! Che bel giorno per morire!»? Ottant’anni dopo, il 29 gennaio 2012, Hildegard è stata beatificata a Vienna, nella cattedrale di Santo Stefano.

Tom von Dreger «Hildegard Burjan» (1934)

La sua vita si è svolta nel pieno degli sconvolgimenti politici e sociali che tra l’altro danno il via allo stravolgimento dell’immagine della donna nel Novecento. Hildegard ha sofferto molte fratture fisiche e spirituali, pagando molto presto con la salute e infine, appena cinquantenne, con la vita. Ma in poco tempo è riuscita a svolgere numerose attività politiche, giuridiche, sociali, e molti suoi sforzi dopo la sua morte hanno portato frutto.

Nello spettro spirituale di Hildegard si mescolano tratti noti con altri meno noti. Tra i primi, la generosità e la liberalità (che ha in comune con l’amatissima Elisabetta di Turingia), l’offerta della sofferenza alla causa di Cristo, l’essere consumata molto presto dal lavoro e dal dolore, il nascondimento interiore. L’opera della sua vita è nata da grande sofferenza. Spesso ignorata, è diventata il segreto di una grande fecondità. Tra i tratti meno noti, il passaggio dall’ebraismo agnostico al cattolicesimo, l’impegno politico e legislativo, soprattutto a favore delle donne, il buonsenso molto concreto nel sociale, la fondazione e la guida di una comunità celibataria nonostante fosse sposata, infine l’unione quasi lacerante tra matrimonio, maternità e politica.

Nata il 30 gennaio 1883 a Görlitz an der Neiße nella Slesia prussiana dalla famiglia ebrea Freund, riceve una buona formazione. Appartiene per nascita all’ebraismo borghese nella sua forma liberale illuminata. Nel certificato di nascita alla voce “religione dei genitori” si legge “nessuna”. Il suo atteggiamento prima della conversione potrebbe essere definito umanesimo idealista, che era di fatto il modello dell’ebraismo tedesco (basti pensare ai progetti sociali da Marx a Lassalle e alle fondazioni ebraiche filantropiche). Anche Hildegard Freund istituì, da studentessa agnostica, un fondo d’assistenza per i compagni di studi.

Il fatto di conseguire la maturità a Basilea e di studiare filosofia e germanistica all’università di Zurigo è il frutto, appena maturato, del movimento femminista del XIX secolo. Impegnata nella lotta per l’educazione delle donne, vi aggiunge anche quella per i diritti civili (e in particolare per il voto alle donne) e la tutela giuridica, ma pure le questioni relative al matrimonio e alla morale. Le associazioni confessionali femminili si unirono al movimento: nel 1900 l’unione evangelica delle donne, nel 1903 quella cattolica, nel 1904 quella ebraica.

Nel 1907 sposa l’ingegnere ungherese Alexander Burjan, un ebreo agnostico che inizia la propria carriera a Berlino. Nel 1908 la giovane moglie si ammala gravemente, e il sabato santo il marito viene chiamato nell’ospedale Sankt Hedwig di Berlino. Hildegard Burjan, che si sta spegnendo lentamente, si era stupita della gentile, e per lei sconcertante, pazienza delle religiose. In quella notte inspiegabilmente tutto cambia: sperimenta un incontro con Cristo e, a partire dalla domenica di Pasqua, si riprende e rapidamente guarisce. Nel 1909 riceve il battesimo e si trasferisce a Vienna con il marito, che qui raggiunge l’agiatezza e viene introdotto nell’alta società.

Nel 1910 nasce l’unica figlia, Lisa, che prende il nome dalla veneratissima Elisabetta di Turingia. Ma Hildegard paga il parto con un’emorragia cerebrale e con una perdurante debolezza: le costa quasi la vita non avere acconsentito all’aborto.

In seguito intraprende una straordinaria attività sociale. Nel 1912 fonda il Verband der christlichen Heimarbeiterinnen, che riunisce le lavoratrici domestiche cristiane per un salario equo, e la tutela giuridica per le puerpere, anche per quelle nubili. L’aiuto legale per le domestiche, l’accompagnamento e la formazione spirituale vengono chiaramente ancorati alle esigenze del cristianesimo.

Durante la prima guerra mondiale organizza l’invio di molti aiuti, soprattutto nella Sassonia colpita da carestia, rivolgendosi direttamente all’alta aristocrazia e alla corte imperiale. Nel 1918 viene eletta, unica donna, nell’assemblea nazionale dell’Austria tedesca. Il cardinale Gustav Piffl la definisce “la coscienza del parlamento”. Presto riesce a ottenere un’estensione della tutela delle madri e dei neonati, l’assunzione per le puerpere di assistenti a domicilio pagate dalla cassa malattia, l’equiparazione tra uomo e donna nel servizio statale, come anche la promozione della formazione delle donne. In accordo con il gruppo socialdemocratico, fa approvare una legge sulle collaboratrici domestiche che ne tutela lavoro e salario.

Nel 1920 fonda, insieme al dottor Ignaz Seipel, la comunità internazionale femminile Caritas socialis. L’impegno diviene così importante da farle rinunciare, nel 1920, all’incarico politico di deputata. Sviluppa però nuovi progetti sociali per gruppi emarginati, lotta per ottenere condizioni giuridiche eque, approfittando delle sue conoscenze alto-borghesi ma andando incontro a pregiudizi antisemiti.

Accortasi molto presto dell’ascesa del nazionalsocialismo, mette insistentemente in guardia contro Hitler. Il marito e la figlia riusciranno poi a sottrarsi con la fuga alla Shoah.

Malgrado problemi ricorrenti di salute, continua a fondare case per madri e bambini destinate alle donne sole malgrado molte ostilità e a dedicarsi all’assistenza sociale per i giovani e i senzatetto. Il suo ultimo obiettivo è un grande centro sociale e quando ne colloca la prima pietra è ormai in fin di vita.

Il compito, in apparenza impossibile, di Hildegard Burjan è stato quello di arginare la miseria strutturalmente, attraverso la legislazione, e di progettare una risposta politica in grande stile. Mentre Rosa Luxemburg riusciva a immaginare i cambiamenti sociali solo in modo rivoluzionario ed era disposta per questo a sacrificare anche vite umane, Burjan cerca altre vie. Accanto alla pratica politica, forma anche una squadra d’azione per le emergenze: le sorelle di Caritas socialis, che vivono in povertà, castità e obbedienza. «Nei malati possiamo curare sempre il Salvatore sofferente e quindi essere unite a lui» scrive in una lettera. Dal profondo della povertà di Cristo si comprende quella stessa povertà. Stanno qui le radici spirituali di un’opera feconda. Per questo Burjan può essere a ragione considerata tra le costruttrici del moderno stato sociale. Le sue affermazioni religiose appaiono semplici, pur espresse in linguaggio simbolico. Ma in quell’epoca confusa fanno crescere il lievito del Vangelo: l’immunizzazione contro le ideologie, anche contro il comunismo, la motivazione all’azione “gratuita”, l’unione di forze partitiche eterogenee sulla base di ragionevoli compromessi.

Hildegard Burjan ha definito la sua fondazione «un fiore poco appariscente sul tronco della Chiesa». In piena Babilonia nascono così le case di Gerusalemme, che si affidano a risposte divine inattese. «La benedizione di Dio rende ancora possibile l’impossibile» scrive, e anzi «il buon Dio dona spesso benedizione e successo dove non ce lo aspettiamo affatto». E ancora: «Il buon Dio ci butta tra le braccia cose alle quali non avremmo mai osato ambire o per le quali non avremmo mai osato lottare».

Dall’apparente semplicità delle parole trapela la semplicità del cammino. In questo rientra anche l’accettazione della propria morte prematura. Amare Gesù è il messaggio; e amarlo significa condividere la sua passione, obbedirgli. Agli occhi del mondo letterario e artistico questo alfabeto spirituale sfiora l’incomprensibile. «Rendili tutti ricchi — incommensurabilmente ricchi — attraverso te, solo attraverso te!» chiede al Salvatore poco prima di morire. E ancora scrive: «Conta molto poco il sapere scolastico, ma solo il grado dell’unione con il caro Salvatore. A lui dobbiamo tutto, e senza di lui siamo poverissimi. È così rassicurante e rasserenante dover fare solo quel tanto quanti sono i talenti che abbiamo, e tutto il resto ci verrà dato in aggiunta».

Simone Weil ha parlato del sociale come della «sottile tentazione del cristianesimo». Una cristianità spenta può coprire il proprio vuoto con l’attività sociale. Continuerà a “funzionare”, ma la fonte è esaurita. C’è dunque la tentazione di celare la sofferenza con l’organizzazione. O di abolire la sofferenza eliminando chi soffre. Hildegard Burjan non ha invece ceduto a tale tentazione: le “sorelle” si pongono nello spazio della redenzione. In questo stanno il motivo e l’efficacia dell’agire per gli altri.

di Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz

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