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Sant’Ignazio
e don Chisciotte

· Nella lettura di Miguel de Unamuno ·

Pubblichiamo parte di un articolo uscito sulla Civiltà Cattolica.

Quali sono il tema e l’argomento di quest’opera? Prima di rispondere a questo interrogativo con le parole che lo stesso Cervantes scrive nel Prologo del libro, possiamo ricreare il contesto letterario dell’epoca, ricordando che — lo confessa nella sua Autobiografia sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù — era appassionato di libri cavallereschi. Come santa Teresa di Gesù. Conosce l’Amadigi di Gaula, il libro cavalleresco più famoso e originale della Spagna del secolo XVI, che Don Chisciotte aveva nella sua biblioteca. Questo e altri libri del genere avevano infiammato la mente e alterato il giudizio del nobiluomo della Mancia, «che dimenticò quasi del tutto la caccia e anche l’amministrazione del suo patrimonio».

Si tratta del genere di libri che il gentiluomo Ignazio di Loyola, ferito gravemente a Pamplona, chiese durante la convalescenza. Tuttavia, nella sobria casa di Azpeitia questi libri non c’erano e, così, al loro posto gli diedero il Flos sanctorum, le vite dei santi, e la Vita di Cristo del Cartusiano, che ne favorirono la conversione.

Dopo aver lasciato la casa natale di Loyola, vincendo le resistenze del fratello, e dopo aver sistemato alcune faccende ancora in sospeso, ritroviamo il pellegrino a Monserrat, disposto, sì, a vegliare le armi al momento dell’investitura a cavaliere secondo l’uso dei cavalieri erranti, ma allo scopo di emulare le gesta dei santi. Nel terzo capitolo, Cervantes racconta «il modo curioso con cui Don Chisciotte si fece armar cavaliere».

Non è mancato chi ha stabilito un collegamento tra la follia cavalleresca di sant’Ignazio e gli ideali chisciotteschi, a partire da Miguel de Unamuno, uno dei grandi studiosi di Cervantes. Egli, nella sua personale esegesi dell’opera, ha posto in relazione sant’Ignazio di Loyola, cavaliere errante verso il divino, e Don Chisciotte. Nel suo saggio (originale del 1905) elaborò ampiamente questo parallelismo: il fondatore della Compagnia di Gesù non soltanto incarnerebbe la visione del mondo chisciottesco, ma il personaggio principale dell’ottavo capitolo della prima parte, Don Sancio d’Azpeitia, sarebbe una caricatura di sant’Ignazio di Loyola.

Cervantes immagina un duello fra il Chisciotte della Mancia e il Sancio basco che prende le mosse dalle provocatrici parole del primo: «Se tu cavaliere fossi, come non lo sei». Questo Sancio d’Azpeitia è l’unico personaggio dell’opera che tratta Don Chisciotte come il cavaliere errante che pretende di essere e che si pone sullo stesso piano di una simile irrealtà romanzesca: «Mi non son cavalier? replicò offeso il biscaglino». E commenta Unamuno: «E si trovarono faccia a faccia due Chisciotte. Per questo motivo Cervantes si sofferma a lungo sulla narrazione di un tale accadimento». E così ebbe luogo la singolar tenzone o «la meravigliosa battaglia che fecero il gagliardo biscaglino e il valoroso mancego», come recita il titolo del nono capitolo, che narra il combattimento fra il Chisciotte biscaglino e il Chisciotte mancego, la prima storia rappresentata e narrata nel manoscritto dell’autore arabo Cide Hamete Benengeli.

Non sappiamo fino a che punto si debba spingere il parallelismo fra Don Chisciotte e sant’Ignazio, il «cavaliere e pazzo» per Cristo, né se Cervantes avesse effettivamente in mente il paragone del fondatore dell’Ordine religioso con l’eroe dei romanzi cavallereschi. Sta di fatto che, quando viene scritta e poi pubblicata nel 1605 la prima parte del Don Chisciotte, c’era solamente un cavaliere errante che avesse portato il nome del suo paese d’origine, Azpeitia, in giro per la Spagna e per l’Europa. A ogni buon conto, questo parallelismo letterario mette in evidenza che l’entusiasmo per i libri cavallereschi era generalizzato nella Spagna del XVI secolo.

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18 ottobre 2019

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