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Santa Teresa
in alta definizione

· ​Nell’ultimo romanzo di Juan Manuel de Prada ·

Quando ho saputo che Juan Manuel de Prada stava scrivendo un romanzo su santa Teresa, ho temuto che l’autore stavolta fosse capace di offrirci solo un’ulteriore esibizione del suo personale stile narrativo, della sua prosa abbagliante e rimbombante; ebbene, certamente l’ondata di libri che il quinto centenario della santa di Ávila ha scatenato — libri di ogni tipo, benché soprattutto romanzi — rendeva molto difficile sperare che qualcuno scrivesse qualcosa di nuovo, o anche solo di letterariamente fresco.

Un ritratto di Ana de Mendoza, principessa di Eboli, del XVI secolo

Riconosciamolo una dannata volta per tutte: al di là delle sue imprese mistiche, la biografia di Teresa de Cepeda y Ahumada non offre tanto, intendo dire per tanto imbastire di romanzi e racconti fantastici. Ci sono moltissimi santi in Spagna, soprattutto nel XVI secolo, con vite molto più romanzesche e romanzabili di quella di Teresa d’Ávila. Ad aggravare il problema c’è la questione del suo femminismo avant la léttre, e anche del suo progressismo, quel luogo comune che sa vedere in lei solo una donna più avanti rispetto al suo tempo, come se l’unica genialità possibile di un essere umano, specialmente se di sesso femminile, consistesse nel far avanzare un po’ la società verso la modernità (verso “questa” modernità).

L’effettiva lettura del romanzo di Prada, El castillo de diamante (Barcelona, Espasa, 2015, pagine 456, 21,90 euro) dissipa questo timore. Siamo di fronte a un’opera magistrale, che non solo è degna di essere messa accanto ai suoi due ultimi successi in campo narrativo — Me hallará la muerte e Morir bajo tu cielo — ma che ci offre anche prospettive insolite e luminose sul periplo esistenziale dell’autrice di Le Mansioni.

Il romanzo s’incentra su un episodio molto concreto della vita di Teresa: quello della fondazione del convento di Pastrana e dei suoi rapporti con la signora della città, Ana de Mendoza, principessa di Eboli, che finiscono con un drammatico scontro tra le due e con la denuncia formale di cui è vittima la monaca santa dinanzi alla non tanto santa Inquisizione da parte della per nulla santa principessa vedova, della quale non diremo che fu una bella senz’anima, proprio perché una delle trovate di questo romanzo è di farci vedere che Ana de Mendoza aveva un animo profondo, ma incurabilmente ferito dal più radicale di tutti i mali: l’invidia teologica, l’invidia di Caino, che è il rifiuto della libertà di Dio in quanto datore di grazie. Perché Dio ha concesso tante grazie a una nobile di bassa lega, come se non bastasse figlia di conversi, mentre le ha negate a me, Ana de Mendoza, di sangue purissimo, che valgo il quadruplo di lei?

Innanzitutto Prada ci ha preso scegliendo questo episodio, perché forse è l’unico della vita reale di santa Teresa a offrire vere possibilità romanesques, sfruttate appieno nel suo tentativo di offrirci un romanzo che, a una vasta gamma di lettori, risulti ameno e coinvolgente.

Accanto a questa trovata, ci sono le note caratteristiche di qualità del marchio Prada: la prosa dell’autore, da una parte con il suo inesauribile repertorio di immagini e di similitudini dal costante impatto, e dall’altra la sua facilità nel costruire lo spazio. Elemento, quest’ultimo, fondamentale in ogni romanzo realistico e la cui difficoltà aumenta nel genere storico.

Ma il punto di forza di El castillo de diamante è la figura del suo personaggio protagonista: Teresa di Gesù.

La monaca scrittrice e fondatrice ci viene presentata come una donna per nulla leziosa né bigotta, ma neppure come la femminista neocattolica e ribelle che ci vuole vendere il teresianesimo attuale. Ci viene presentata come una santa integra, umile e coraggiosa al tempo stesso, e al tempo stesso spirituale e carnale, dalla forte volontà e intelligenza, protetta da Dio e da molti grandi di Spagna, ma non meno capace di lottare da sola con astuzia “celestinesca” nei momenti difficili.

di Enrique Álvarez

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24 maggio 2019

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