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Santa Sede e comunicazione di massa

· ​A sessant'anni dall'enciclica "Miranda prorsus" ·

Per una ricerca diretta a fornire una sistematica classificazione dei documenti visivi relativi a Pio XII conservati nella Filmoteca vaticana nel 2015 è stata stipulata una convenzione tra la fondazione Ente dello spettacolo e la Scuola normale superiore di Pisa. Lo scopo non era solo quello di avere a disposizione un inventario, redatto con rigorosi metodi critici, di materiali storici poco conosciuti; si voleva anche consentire agli studiosi — in attesa dell’apertura dei fondi relativi a Pacelli conservati all’Archivio segreto vaticano — di poter intanto accedere alle fonti visive del pontificato.

Il lavoro si sta sviluppando con esiti sorprendenti per la quantità e la qualità del materiale rinvenuto; ma il suo decorso ha ben presto fatto emergere una questione. Esistevano anche altri mezzi di comunicazione di massa che avevano registrato la presenza pubblica del pontefice. Sono noti i radiomessaggi — da quelli del periodo della seconda guerra mondiale a quelli in occasione della rivolta di Ungheria — che hanno scandito celebri interventi di Pio xii sulle più rilevanti questioni della sua epoca.
Meno conosciuto è un altro fatto. Il pontefice aveva dedicato una notevole attenzione anche alla televisione, tanto che, ancor prima che in Italia cominciassero le trasmissioni, il Vaticano già possedeva una stazione televisiva. Poi, nel 1954, in occasione dell’inizio della produzione televisiva della Rai il papa emanava sul tema l’esortazione apostolica I rapidi progressi.
A palesare l’interesse di Pio XII per le nuove tecnologie comunicative stava del resto una testimonianza evidente. Pacelli pubblicava l’8 dicembre 1957 l’enciclica Miranda prorsus con la quale trattava l’atteggiamento dei cattolici verso i moderni media. Non vi venivano più considerati singolarmente, come avevano fatto alcuni dei suoi predecessori (ad esempio nel 1936 Pio xi aveva pubblicato l’enciclica Vigilanti cura, interamente dedicata alla cinematografia). Erano invece esaminati complessivamente. Il papa presentava infatti l’insieme di radio, cinema, televisione come uno dei tratti caratterizzanti il mondo contemporaneo.
Non era allora il caso di provare a verificare la possibilità di allargare il progetto di classificazione, oltre che al cinema, anche ai documenti sonori e televisivi? Il sessantesimo anniversario della pubblicazione dell’enciclica pacelliana appariva l’occasione opportuna per fare il punto sugli studi che sono stati condotti sull’argomento. Il 14 dicembre si sono così riuniti in Vaticano alcuni specialisti che hanno presentato lo stato delle conoscenze e due dati possono essere richiamati.
In primo luogo l’interesse della Santa Sede per la comunicazione di massa si colloca nel lunghissimo periodo. La ragione è evidente. La chiesa cattolica ha come elemento strutturale l’istanza di diffondere a livello universale il messaggio di salvezza di cui è custode e quindi non può che sottoporre ad accurato vaglio i canali cui affidarne la trasmissione. Ma tale interesse si svolge nel tempo e dunque muta. In particolare nel mondo moderno il problema presenta una nuova dimensione.
Agli occhi dei pontefici della prima metà del Novecento si trattava infatti di assumere strumenti messi in opera da quella società moderna che non solo rivendicava autonomia dalla chiesa, ma ne combatteva anche, sotto diversi profili, la presenza pubblica. In che misura si potevano allora utilizzare i mezzi sviluppati da un mondo avvertito come un pericolo, anzi spesso come un nemico, senza finire per esserne conquistati?
I papi dell’epoca avevano trovato una risposta a questa insidiosa domanda. Si potevano, anzi si dovevano, acquisire tutte le tecniche, in particolare quelle comunicative, della modernità, ma al contempo il loro uso doveva essere diretto a combattere le sue deviazioni dal modello ideale di società cristiana. Si sarebbero insomma utilizzati tutti i ritrovati del mondo moderno senza acquisirne i principi.
Ma qui si situa la specificità storica del pontificato pacelliano. Da un lato infatti Pio XII ripropone la posizione dei predecessori: ribadisce infatti la necessità di controllare la comunicazione facendone un canale per la riconquista cristiana della società ed esorta, a questo scopo, i cattolici ad appropriarsi di tutti i nuovi media; ma dall’altro lato percepisce che nel mondo contemporaneo lo sviluppo della comunicazione è tale da sfuggire a ogni pretesa di direzione cattolica.
Comincia dunque, sia pure ancora in forma embrionale, a svolgere una elaborazione culturale in ordine al contributo che, in positivo, la chiesa può dare affinché gli strumenti di comunicazione di massa favoriscano il raggiungimento dei migliori risultati che l’uomo moderno intende autonomamente perseguire. Lo studio del rapporto tra Pio XII e i mezzi di comunicazione di massa lascia dunque intravedere la possibilità di indagare in maniera più approfondita una questione centrale — e cioè le complesse intersezioni del rapporto tra modernità e modernizzazione — sulla presenza della chiesa nella società contemporanea.
Si tratta di una ricerca rilevante per le sue ovvie ricadute sull’intelligenza del presente e quindi la costruzione del futuro. Ma la modalità del suo svolgimento fa emergere il secondo aspetto che merita di essere richiamato. Appare infatti chiaro che tale studio non può essere svolto senza la considerazione dell’insieme dei materiali che ha depositato l’uso di tutti gli strumenti di comunicazione di massa: documenti scritti, ma anche visivi, sonori e audiovisivi.
La ricerca storica si trova dunque davanti a una sfida particolarmente impegnativa che, in qualche modo, ricorda quella che verso la fine dell’Ottocento essa dovette affrontare al momento dell’apertura dell’Archivio vaticano. Allora gli studiosi si trovarono davanti all’impressionante mole di materiali prodotti dalle nunziature della Santa Sede nel mondo. Per mettere in opera questi materiali, al fine di giungere a una più adeguata ricostruzione del passato, si affinò il metodo storico-critico nell’edizione dei testi. Non a caso si è soliti collegare alla pubblicazione delle Nuntiaturberichte la professionalizzazione degli studi storici.
Oggi siamo di fronte non solo a una straordinaria quantità di materiali documentari; essi sono anche registrati su una articolata gamma di supporti che vanno ben oltre quello cartaceo tradizionalmente considerato. Occorre dunque individuare nuove strade, che la rivoluzione digitale sembra rendere praticabili, per fornire a coloro che intendono conoscere quel che nel passato è effettivamente successo, la possibilità di accedere all’insieme delle testimonianze che il passato ha trasmesso. Ancora una volta la ricerca sulla storia del papato sembra porsi alla frontiera dello sviluppo della metodologia storica.

di Daniele Menozzi

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10 dicembre 2019

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