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Santa Rita e madre Cabrini in scena

· Al festival «Tra Sacro e Sacro Monte» di Varese ·

«Ho pensato che la nostra idea di santità è spesso così riduttiva, distorta, moralista. Mi sono domandata quale sia oggi il nostro rapporto con queste figure esemplari che usiamo come tramite con Dio, ho avuto voglia di conoscerla di più».

L’attrice Laura Marinoni, dopo mesi di intensa frequentazione fatta di letture e accurato lavoro drammaturgico sui testi, ormai parla di santa Rita come di un’amica; l’occasione è stata la preparazione dello spettacolo Rita degli impossibili. Incredibile storia di una donna, andato in scena a Varese durante la scorsa edizione del festival «Tra Sacro e Sacro Monte». Non solo lavoro, per l’interprete protagonista di tanti spettacoli del Piccolo di Milano e di Emilia Romagna Teatro, ma anche un incontro capace di lasciare il segno.

Laura Marinoni nel backstage di «Rita degli impossibili»  al Sacro Monte di Varese

Un’esperienza analoga è successa all’attrice varesina Rosalina Neri, amata da Strehler e nota al grande pubblico televisivo, affascinata dalla figura di madre Cabrini al punto da dedicarle uno spettacolo curandone personalmente il testo; «venticinque pagine che si sono scritte da sole».

Dal Sacro Monte a Giorgio Strehler nella devozione a madre Cabrini a causa di un violento temporale non è andato in scena a Varese, ma non mancheranno altre occasioni per ascoltare la storia di madre Francesca Saverio nella rilettura commossa della Neri. «Mia nonna era molto devota — racconta Laura Marinoni —, ogni volta che c’era un problema serio, un esame da affrontare, un dolore, una malattia, diceva: “Non preoccuparti , chiedo a santa Rita”. Rita non si discute, è una garanzia. Non sapevo nulla di lei, ma quando ho letto la sua storia sono rimasta folgorata. Così il 22 di maggio di quest’anno sono andata anch’io a prendere le rose benedette alla Barona. Mi sono ritrovata in una fiumana di gente che faceva la fila sotto il sole per portarsi a casa qualche fiore».

La vita di Rita è talmente piena di colpi di scena da sembrare già un plot teatrale. «Ho letto la sua storia — continua Marinoni — e ho scoperto che era stata sposata a un poco di buono, che era stata madre prima che monaca, che i suoi due figli morirono adolescenti». Nel tempo, ha sentito il bisogno di vedere i luoghi dove è vissuta, per sentirla ancora più vicina. «Sono andata al monastero dove c’è ancora la vite che fece vivere bagnando per un anno un ramo secco».

Una vita complicata, piena di contraddizioni — «nessuno voleva la moglie di un assassino» — ed eventi laceranti e dolorosi. «Ho immaginato di incontrarla nel momento del passaggio — spiega Marinoni —. Mi appassionava l’idea di scrivere il ritratto di una donna che sta per consegnarsi all’estrema rinuncia e all’estrema libertà. Prima di prendere i voti, confusa, affamata, zingara e già santa. Protettrice delle donne infelici, delle donne sole con figli, delle donne perdute».

Accanto a lei, idealmente, nel programma del festival di Varese, la santa dei migranti, vissuta «nell’epoca degli straccioni — scrive Rosalina Neri nel suo testo teatrale —. Così fu chiamata l’emigrazione italiana del 1889 quando la nave francese, Bourgogne, salpa da Le Havre diretta a New York piena di emigranti, e, con loro, anche le suore lombarde». L’attrice varesina le “vede” salire a bordo, «piegate dal peso dei bagagli, che cercano le loro cabine di terza classe aiutate nel caos da un marinaio. C’è anche la madre superiora, Francesca Cabrini, donna dallo sguardo azzurro, il colore dei suoi occhi, che si confonde con la folla della grande nave».

di Silvia Guidi

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17 dicembre 2018

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