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San Marco e i domenicani

· I monaci lasceranno il convento affrescato da Beato Angelico ·

Uno scorcio della biblioteca  disegnata da Michelozzo

«Gli Uffizi dopo, prima San Marco» rispondono i fiorentini quando un turista chiede cosa vedere nel centro storico senza rimanere incastrato in itinerari da cartolina talmente noti da essere ormai percorsi in automatico e quasi completamente svuotati di senso. Prima di tutto San Marco, e quell’antico cuore ottagonale bizantino che rischia di passare inosservato accanto al duomo e al campanile di Giotto, segno visibile che «nascere non basta mai a nessuno» come scrive Franco Arminio in una delle sue raccolte di poesie più belle; segno visibile, per dirla in termini più esplicitamente cristiani, del nostro bisogno di essere salvati.

Prima di tutto, appena arrivati a Firenze, vale la pena di lasciarsi piazza Duomo alle spalle, imboccare via Cavour e andare a farsi un giro a casa di Beato Angelico, entrando in quello scrigno di luce chiara, limpidamente razionale, che annulla le ombre perché totalmente immersa nel mistero dell’Incarnazione, indicato dai Baedeker come Museo di San Marco.

Ci sono luoghi che fanno capire lo spirito di una città meglio di un’intera collana di saggi, e questo è il caso del monastero restaurato da Cosimo il Vecchio a partire dal 1437, sembra — almeno così narrano le cronache coeve non sempre tenere con il pater patriae — per riciclare pro remedio animae quarantamila fiorini frutto di un affare poco pulito, che pesava non poco sulla coscienza del fondatore di casa Medici. Il risultato del “ravvedimento operoso” di Cosimo fu la più estesa decorazione pittorica mai immaginata fino ad allora per un convento; affreschi illuminati dalla tranquilla luce della Grazia che, dopo l’accurato restauro di qualche anno fa, risplendono di piccoli bagliori grazie ai minuscoli frammenti di mica contenuti in alcuni dei pigmenti usati dal frate pittore.

Per questo la notizia che i domenicani lasceranno il loro convento ha fatto così scalpore a Firenze, suscitando cortei, striscioni, proteste di piazza, raccolte di firme (giunte a quota diciottomila) a cui hanno aderito intellettuali non necessariamente cristiani provenienti da tutto il mondo.

È un luogo ricco di simboli, San Marco, del passato remoto ma anche del passato prossimo della città, un laboratorio dove sono fiorite insieme fede, cultura e arte, nutrendosi a vicenda.

San Marco è (anche) l’edificio che ospita la celeberrima, splendida biblioteca disegnata da Michelozzo, la prima biblioteca dell’età moderna aperta al pubblico, frequentata nel XV secolo da Angelo Poliziano e Pico della Mirandola. In questo luogo, nella notte dell’alluvione, fra il 4 e il 5 novembre 1966, Giorgio La Pira incontrò il direttore del quotidiano cittadino «La Nazione», Enrico Mattei, per mettersi da subito al lavoro e far ripartire la città nel modo più efficiente e rapido possibile.

Una delegazione ha chiesto di incontrare Papa Francesco per chiedergli di intervenire e sono state organizzate a Firenze varie manifestazioni di protesta, tra cui processioni fino alla chiesa di San Procolo, dove negli anni Trenta del Novecento Giorgio La Pira organizzava le messe dei poveri. «Firenze è il centro del mondo. San Marco è il centro di Firenze e l’Annunciazione del Beato Angelico lì affrescata è il centro di San Marco. Quindi l’Annunciazione è il centro del mondo» amava dire il sindaco santo con il consueto, contagioso entusiasmo, mai avaro di iperboli quando si trattava di esprimere tutto il suo amore per la sua città di adozione, e per la spiritualità che sentiva più familiare.

Terziario domenicano, a San Marco era, letteralmente, di casa. Alloggiava nella cella numero sei del convento e non ha mai smesso di ribadire la sua profonda gratitudine per il dono di aver potuto vivere in mezzo a così tanta bellezza. «Tengo a dichiarare per iscritto che San Marco è la mia sola casa terrena e la cella numero 6 la porto sempre nel cuore» e «nomino mio erede universale il convento di San Marco»; due testimonianze che parlano di un legame non interrotto neanche dalla fine della sua vita terrena, dato che la sua tomba si trova nella chiesa fiorentina.

La città del giglio, quindi, sta vivendo un doloroso paradosso: mentre il processo di beatificazione di La Pira entra nella fase finale, il suo monastero, abitato senza interruzioni per sei secoli, deve chiudere i battenti.

La Pira è stato proclamato venerabile il 5 luglio scorso, «ma se i frati se ne vanno il culto non verrà alimentato» spiega ai giornalisti Bash D’Abramo, dell’Associazione Beato Angelico per il Rinascimento.

La chiusura non riguarda né la chiesa né il Museo (dove sono esposti i dipinti di “Guido di Pietro dipintore” e che comprende anche parte delle celle da lui affrescate) rispondono i religiosi, ma soltanto le stanze in cui abitano i monaci; ogni giorno sarà celebrata regolarmente la Messa.

Aldo Tarquini, priore del capitolo provinciale dei domenicani, ha recentemente dichiarato che la situazione attuale «non consente l’attuazione di aspetti fondamentali della nostra vita: la condivisa progettazione apostolica, lo svolgimento di una dinamica comunitaria attraverso i capitoli e l’elezione del superiore, e comporta pesi economici non più sostenibili. Dunque è stato deciso che vi sia un’unica comunità di domenicani con sede a Santa Maria Novella».

di Silvia Guidi

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20 settembre 2019

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