Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Salvate Raffaello e Caravaggio!

· Nel diario inedito di Bartolomeo Nogara l’impetuoso afflusso di capolavori in Vaticano iniziato nell’autunno del 1943 ·

La grafia era chiara, ma così minuscola da richiedere, per decifrarla, una lente d’ingrandimento: ma le annotazioni erano di eccezionale importanza perché, giorno dopo giorno, registravano l’incessante arrivo di capolavori in Vaticano durante la seconda guerra mondiale. Si tratta del diario inedito di Bartolomeo Nogara, il direttore delle Gallerie Pontificie, che nel 1943 organizzò l’impetuoso afflusso di opere in Vaticano. E non solo: pensò anche di nascondere Pio xii, per proteggerlo, nei musei. E la sua preoccupazione andava pure agli ebrei romani.

Bartolomeo Nogara, direttore dei Musei vaticani dal 1920 al 1954

In un ampio articolo sull’inserto domenicale de «Il Sole 24 Ore» del 12 giugno, Benedetta Gentile ricorda che tra l’autunno del 1943 e la fine della guerra le mura del Vaticano accolsero migliaia di tesori provenienti da musei e da collezioni private per proteggerli da bombardamenti, saccheggi e rapine. Le prime casse arrivarono nel novembre di quell’anno, non appena la Santa Sede diede ufficialmente il via libera all’operazione di salvataggio di quadri, sculture, manoscritti, monete, incunaboli.
Tale vicenda può già vantare una ricca bibliografia, ma ora il diario di Nogara, finora inedito, permette di seguire nel dettaglio l’impegno di chi, all’interno delle mura vaticane, dovette provvedere a organizzare questo straordinario flusso di opere che — sottolinea Gentile — avrebbero trasformato il Vaticano «in una specie di museo universale». E a prendere nota, con minuzia certosina, di quegli accadimenti, dai tratti anche avventurosi, fu l’archeologo che Benedetto xv aveva chiamato a dirigere i Musei vaticani, cui, nel 1920, era stata affidata la direzione dei Musei e Gallerie pontificie: incarico che mantenne fino alla sua morte, nel 1954.
Dal prezioso documento — conservato nell’archivio della famiglia Nogara — si evincono le multiformi attività di Nogara, assediato da pressanti richieste: da quelle di ufficiali nazisti che vogliono visitare la Cappella Sistina e le gallerie vaticane (all’epoca chiuse al pubblico) a quelle di amici e conoscenti che cercano di ottenere tessere del Museo pensando che sia un documento che possa proteggerli. Altri chiedono che i loro figli, per sfuggire al servizio di leva, possano entrare a far parte della Guardia Palatina, il cui organico, durante l’occupazione nazista, lievita di oltre 1.500 unità.
Sulla rivista «Ecclesia», nel marzo del 1945, Nogara rileva che non è un’esagerazione asserire che, «grazie all’intervento della Santa Sede e alla sua protezione, nei depositi della Pinacoteca vaticana, della Biblioteca e dell’Archivio pontificio per più di un anno rimase concentrata e sicura da offese belliche una buona metà del patrimonio artistico dell’Italia, quello si intende che senza grave rischio, era possibile rimuovere e trasportare».
Le trattative tra l’Italia e la Santa Sede per questo tipo di operazioni, iniziate nel giugno del 1943, durarono per qualche mese a causa di una situazione quanto mai complessa e delicata. Si incontravano spesso, al terzo piano del Palazzo pontificio, il cardinale Mercati, prefetto della Biblioteca vaticana, il sostituto della Segreteria di Stato, monsignor Montini, e Nogara: e il 9 novembre 1943 viene formalizzata l’autorizzazione e subito dopo i funzionari italiani impegnati a mettere in salvo i tesori del Paese contattano Nogara, già avvisato dal futuro Paolo vi dello scopo della visita.
Di lì a breve seguirà il flusso, senza sosta, di tanti capolavori. E Nogara registrerà, successivamente, che «nella Pinacoteca, accanto a 664 colli depositati dai musei e gallerie dello Stato, si accumularono 27 casse con dentro racchiusi tra l’altro il tesoro della Basilica di San Marco di Venezia», tesori del Quirinale, delle ambasciate e di collezioni private, come quelle dei Chigi, degli Aldobrandini, dei Franchetti.
E tra le mura vaticane, evidenzia Gentile, trovarono rifugio anche quadri di Raffaello, Tiziano, Caravaggio, El Greco, nonché la spinetta di Mozart, che poi appartenne a Spontini e infine a Mascagni, sulla quale musicò la «Cavalleria Rusticana». 

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

20 febbraio 2019

NOTIZIE CORRELATE