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Salvare i popoli indigeni
per salvare l’Amazzonia

· Dichiarazione della Coica ·

La «Coordinadora de las Organizaciones Indígenas de la Cuenca Amazónica» (Coica) e le organizzazioni membro dei nove paesi del bacino amazzonico hanno redatto una dichiarazione rivolta ai governi nazionali, chiedendo coerenza nelle loro politiche di sviluppo e rispetto dei diritti dei popoli indigeni e dei loro territori, tenendo conto che l’Amazzonia e la sua diversità biologica e culturale sono risorse strategiche a livello globale. 

Della dichiarazione si è fatta eco anche la Red Eclesial Panamazónica (Repam), nel suo impegno di ricordare al mondo che il clamore della terra e dei popoli esige risposte. Lo ha ricordato di recente la Repam del Venezuela, con un comunicato in cui ha denunciato il modello estrattivo adottato sia nel suo paese sia in altre parti dell’America latina, «perché è un modello che implica uno sviluppo insostenibile, un impoverimento accelerato, una forte dipendenza dalle variazioni del mercato gestito dalle corporazioni transnazionali, e un indebolimento senza precedenti degli stati nazionali che restano alla mercé delle corporazioni, inserendosi pian piano nel mercato internazionale».
Questioni che riflettono anche i segnali di allarme lanciati dalla Coica nel testo firmato dai popoli indigeni del bacino amazzonico in difesa dei loro diritti e dei loro territori e del loro apporto nell’affrontare il cambiamento climatico globale. La dichiarazione è scaturita dall’incontro tenutosi a Quito, dal 16 al 19 marzo, nel quadro del consiglio di coordinamento e del consiglio direttivo della Coica.
Nella dichiarazione, diffusa in questi giorni, si ricorda che il bacino amazzonico è abitato da oltre diecimila anni e che attualmente in questa regione vivono 390 popoli indigeni, più di 66 in isolamento volontario, e più di 2,5 milioni di indigeni con una diversità culturale unica. Viene inoltre sottolineato che le foreste tropicali dell’Amazzonia sono un ecosistema strategico per affrontare il cambiamento climatico. Al tempo stesso si avverte che questa regione è sottoposta a una pressione enorme delle attività estrattive, minerarie e degli idrocarburi, delle infrastrutture e delle monoculture, come pure della presenza di «altri agenti esterni che generano impatti ambientali e sociali irreversibili». A tutto ciò si aggiunge la pressione degli investimenti cinesi «che non rispettano gli standard minimi internazionali e che provocano gravi impatti ambientali e sociali».

di Rocío Lancho

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18 agosto 2019

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