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Salvare dappertutto l’amore

Cresce l’urgenza di «una profonda teologia della donna», che risulta — fino a questo momento — non abbastanza sviluppata. Più volte Papa Francesco ne ha parlato: la Chiesa «è femminile. Non si può capire — ha detto — una Chiesa senza donne, donne attive nella Chiesa». Forse non è inopportuno che proprio le donne siano interpellate nella elaborazione di questa teologia. Come soggetti attivi. Che esprimono nella Chiesa e nel mondo una loro specifica identità. Sotto questo aspetto è lecito dare la parola a Chiara Lubich, definita da Benedetto XVI «donna di intrepida fede, mite messaggera di speranza e di pace, fondatrice di una vasta famiglia spirituale (il Movimento dei Focolari) che abbraccia campi molteplici di evangelizzazione». Significativa personalità, dunque, la cui autorevolezza è universalmente riconosciuta. Parlare della teologia della donna in Chiara richiederebbe una trattazione molto ampia e articolata. Qui possiamo solo fare qualche cenno. 

E una precisazione: Chiara non ha mai avvertito l’opposizione uomo-donna, ma — per il suo stesso carisma, l’ut omnes — si è sentita continuamente spinta ad andare oltre ogni barriera per costruire ovunque dialoghi fecondi orientati alla realizzazione della fraternità universale. È stata così interlocutrice di rappresentanti di diverse religioni, esponenti politici e del mondo della cultura, giovani e adulti, consacrati e laici, vescovi e sacerdoti, famiglie e comunità. Quando lei e le sue prime compagne cominciano la loro avventura, vent’anni prima del Vaticano II, Chiara non si pone né il problema dei laici nella Chiesa né tanto meno quello delle donne: «Abbiamo avvertito con particolare forza la chiamata a vivere il Vangelo. Non sentivamo tanto di essere laiche, quanto di essere cristiane. La preghiera di Gesù per l’Ut omnes unum sint, la sua promessa di essere in mezzo a due o tre uniti nel suo nome, l’invito a seguirlo prendendo la propria croce e tutte le altre sue parole ci riguardavano in pieno, pur non essendo noi né suore, né preti e ci facevano sentire pienamente Chiesa». Il Vangelo è il primo punto di riferimento dell’esperienza di Chiara. E anche l’ultimo, se si pensa alla sua consegna: «Vi lascio solo il Vangelo». La scoperta di Dio come amore e il bisogno di annunciarlo a tutti. Il primo dato che emerge nella vita e nel pensiero di Chiara è il riferimento al Vangelo, che fa sperimentare la realtà di essere tutti, uomini e donne, figli di un unico Padre e fratelli fra noi. Questa la realtà più vera. La stessa Sacra Scrittura gliene dà ragione. Si legge nel libro della Genesi: «Dio creò l'uomo a sua immagine (...) maschio e femmina li creò» (1, 27). Commentando questo testo Chiara mette in luce che la donna come l’uomo è quella persona che Dio ha creato a sua immagine, «che Egli ha chiamato cioè a partecipare alla sua vita intima e a vivere in reciproca comunione con l’uomo, nell’amore, sul modello di Dio che è Amore, che è Trinità». In reciproca comunione, dunque. Il ruolo della donna, anche nella società odierna, va letto all’interno di questo disegno di Dio sull’umanità: la sua dignità trova qui il suo fondamento. Una dignità più che confermata anche dal comportamento che Gesù ha avuto nei suoi riguardi. Egli, infatti, ha avuto un grande amore non solo per i suoi discepoli ma anche per ogni donna incontrata qui in terra. È ciò che ha ben evidenziato Giovanni Paolo II con la Mulieris dignitatem, un documento che ha trovato nell’anima di Chiara un’eco profonda: «In tutto l’insegnamento di Gesù (...) nulla si incontra che rifletta la discriminazione, propria del suo tempo, della donna. Al contrario, le sue parole e le sue opere esprimono sempre il rispetto e l’onore dovutole» (cfr. n. 13). Ne è un esempio evidente il suo incontro con la samaritana. Urge tuttavia recuperare, anche in epoca contemporanea, il rapporto uomo-donna, ritrovare ancora una volta la reciproca comunione. Di fronte a tale urgenza Chiara non si è mai stancata di dire anche a noi donne che possiamo ritrovare la pienezza del nostro essere solo guardando a Cristo, che ha ristabilito l’ordine redimendo insieme, dopo il peccato, sia la donna che l’uomo. Lui, Figlio di Dio amore, è venuto in terra a vivere e morire per amore.

E lui ha chiamato tutti, uomini e donne, a vivere il comandamento nuovo: «Amatevi come io vi ho amato» (Giovanni 15, 12). E amare significa servire i propri fratelli, vivendo le sue parole: «Chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti» (Marco 10, 44). È un dato di fatto, tuttavia, che la donna, pur complementare all’uomo, ha una vocazione totalmente diversa. Ed è chiamata, oggi più che mai, a realizzare la sua vocazione nella Chiesa e nel mondo con modalità proprie. Nella Mulieris dignitatem vengono riconosciute alla donna due facoltà che, nel suo dover essere, le sono particolarmente proprie: la donna sa maggiormente amare e sa maggiormente patire. E il patire è una condizione per poter amare, perché l’amore costa. Per questo motivo, la donna è come un calice che riceve più facilmente quello che è il dono dei doni, quello che, come dice Paolo, supera tutti i doni: la carità, che resterà sempre. È chiaro che da questo compito (quello di amare) neppure l’uomo è esonerato. La storia della Chiesa attesta che ci sono stati giganti di carità (si pensi a san Vincenzo, a san Paolo); ma la donna ha in ciò una sua specifica vocazione. La maternità, nelle sue infinite sfumature, compresa la maternità spirituale, lo dimostra. E l’amore, la carità supera tutte le grazie, tutti i doni, tutti i carismi. «Quando noi donne — si è chiesta Chiara — possiamo disporci con il nostro saper amare, con il nostro saper soffrire, a ricevere questo dono immenso che supera gli altri, che cosa vogliamo di più? Io vorrei — ha confidato — che le donne oggi fossero tutte a questa altezza, che sapessero accogliere in loro questo dono, per essere altre Maria in questo tempo. Perché abbiamo bisogno anche nella Chiesa che rispunti la figura di Maria. E lo può... può rispuntare soprattutto, non solo esclusivamente, attraverso le donne che sanno ricevere in loro il carisma della carità». Perciò la donna non deve scimmiottare l’uomo in tutto quello che l’uomo ha o può essere. Lei ha le sue qualità, la sua specificità. Trova il suo posto nella Chiesa, sviluppando quel carisma che la caratterizza. Quindi, continua Chiara, «io non ho bisogno di diventare un prete; basta che io sia me stessa e che svolga nella Chiesa quella missione che Dio mi ha dato». Così noi contribuiamo a costruire la Chiesa. E abbiamo un modello in Maria. Vorrei qui rifarmi a uno scritto di Chiara, Regina degli Apostoli, che mi sembra molto esplicativo: guarda alla funzione di Maria nel Cenacolo. «È così bella la Mamma nel suo perenne raccoglimento in cui il Vangelo ce la mostra: Conservabat omnia verba haec conferens in corde suo (Luca 2, 19). Quel silenzio pieno ha un fascino per l’anima che ama. Come potrei vivere io Maria nel suo mistico silenzio quando la mia vocazione è parlare per evangelizzare, sempre allo sbaraglio, in tutti i luoghi ricchi e poveri, dalle cantine a Montecitorio, dalla strada ai conventi di frati e di suore? Anche la Mamma ha parlato. Ha detto Gesù. Ha dato Gesù. Nessuno mai al mondo fu apostolo più grande. Nessuno ebbe mai parole come Lei che diede e disse il Verbo. La Mamma è veramente e meritatamente Regina degli Apostoli. E Lei tacque. Tacque perché in due non potevano parlare. Sempre la parola ha da poggiare su un silenzio, come un dipinto sullo sfondo. Tacque perché creatura. Perché il nulla non parla. Ma su quel nulla parlò Gesù e disse: Se stesso. Iddio, Creatore e Tutto, parlò sul nulla della creatura. Come allora vivere Maria, come profumare la mia vita del suo fascino? Facendo tacere la creatura in me e su questo silenzio lasciando parlare lo Spirito del Signore. Così vivo Maria e vivo Gesù. Vivo Gesù su Maria. Vivo Maria vivendo Gesù. Vivo Gesù vivendo Maria». Quale più bella immagine di questa, su cui la donna può specchiarsi? Più volte Chiara ha messo in luce che la Madonna è «sede della sapienza», non perché ha parlato, non perché è stata un dottore della Chiesa, non perché è stata a capo di una cattedra, non perché ha fondato università. È sede della sapienza perché ha dato al mondo il Cristo, la sapienza incarnata. La Madonna è regina degli apostoli non perché ha predicato, perché è andata in Africa, o altro; è regina degli apostoli semplicemente perché è stata presente quando gli apostoli si sono radunati, è sceso lo Spirito Santo ed è nata la Chiesa. «Ha fatto un fatto»: la sua presenza. È questa presenza, mi sembra, che può essere una risposta anche alla recente constatazione di Papa Francesco: «Una Chiesa senza le donne è come il Collegio Apostolico senza Maria». Noi donne riusciremo a cambiare il mondo, e a essere una presenza incisiva nella Chiesa, prima di tutto con il nostro esserci, esserci in pieno. Quindi, prima di tutto, i fatti. E questa rivalutazione della donna avverrà per il fatto stesso che noi ci siamo. Come? In verità, se si guarda alla storia della Chiesa, le donne hanno sempre dato il loro incisivo contributo, lungo i secoli, attraverso le numerose opere fiorite anche dai loro carismi. Ma oggi più che mai, all’inizio del terzo millennio, siamo convinte, con Chiara, che la donna è chiamata a sviluppare nella Chiesa e nel mondo il più grande dei carismi, l’amore. Sull’esempio di Maria, appunto, «la prima laica». «Io vedo la donna soprattutto guardando Maria. La donna — afferma Chiara — è quella che indica agli uomini l’eterno, ciò che vale, ciò che varrà, ciò che varrà sempre; tutte le altre cose bellissime, che servono, sono necessarie..., sono necessarie finché siamo su questa terra, ma dopo è l’amore che durerà. Perciò se Maria è modello di ogni cristiano, anche ogni donna deve essere modello del cristiano, mettendo in rilievo quello che più vale e quello che sempre durerà, ed è l’amore». In lei la Chiesa vede la massima espressione del genio femminile e in lei la donna trova anche oggi — mentre lavora dentro la famiglia e nella società, negli ambienti più vari (scuole, parlamenti, teatri, ospedali, organismi della Chiesa) — una «fonte di incessante ispirazione». Così può infiammare i cuori dell’amore di Dio, eliminare diaframmi e portare la pace fra persone di razze diverse, di popoli diversi, fra ricchi e poveri. Può animare innumerevoli e variegate realtà ecclesiali; portare unità e collaborazione fra tutte le componenti della Chiesa. La vocazione della donna è essenzialmente questa: salvare dappertutto l’amore. Questo il senso più profondo di una incisiva presenza della donna nella Chiesa e nel mondo. Una presenza incisiva nella Chiesa che diventa anche presidenza nel caso del movimento dei Focolari. Chiara aveva sempre auspicato la presidenza femminile e ne aveva parlato direttamente a Giovanni Paolo II. La risposta del Papa era stata senza equivoci: «Magari!». Questa presidenza femminile, determinata per statuto, è molto significativa: indica una distinzione fra il potere di governo e l’importanza del carisma. Con essa viene chiarito che per governare un’opera è essenziale possedere un carisma. Una tale presidenza offre perciò alla Chiesa universale delle indicazioni innovative: sottolinea la priorità dell’amore. La presidenza femminile del movimento dei Focolari non è, quindi, una questione di potere. Il vero potere risiede nella reciproca relazione d’amore che genera la presenza di Gesù in mezzo a noi, e che Chiara ha voluto fosse la premessa di ogni altra regola negli statuti generali del movimento. Movimento che si chiama anche Opera di Maria: la parte di Maria, umana e spirituale, è quella di donare Gesù al mondo; così anche noi, uomini e donne, possiamo ridonarlo al mondo, spiritualmente, ogni volta che siamo fedeli all’ideale evangelico che ci guida, alla spiritualità che ci anima. La figura di Maria come Madre di Dio, Theotókos, spiega la straordinaria dignità cui Dio eleva la donna in lei. Guardando a Maria la donna può vivere in pienezza la sua vocazione e mettere in luce la «dimensione mariana della vita dei discepoli di Cristo», può contribuire al manifestarsi e a tener vivo il cosiddetto profilo mariano della Chiesa.

Dal 2008 Maria Voce (1937) è presidente del movimento dei Focolari, il cui nome ufficiale è Opera di Maria. Voce è stata eletta dall’assemblea generale dopo la morte di Chiara Lubich, che nel 1943 fondò il movimento. Nel 1962 Giovanni XXIII diede la prima approvazione, mentre gli statuti vennero approvati da Giovanni Paolo II nel 1990. In particolare, l’Opera di Maria ottenne dal Papa il raro privilegio di poter essere diretta sempre da una donna. Diffuso in tutti i continenti, il movimento conta oggi oltre due milioni di persone.

di Maria Voce

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11 dicembre 2019

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