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Sacralità
della cerimonia del tè

· Il valore spirituale di una tradizione antichissima ·

Lichilai, un poeta Sung diceva che erano tre le cose più deplorevoli al mondo: la rovina dei giovani attraverso la cattiva educazione, il degrado delle belle arti per ottenere l’ammirazione del volgo e l’assoluto spreco di buon tè attraverso una preparazione incompetente.

Chikanobu Toyohara, «Chiyoda no O-oku»  (“signore in Chiyoda Palace”);  le donne raffigurate stanno ornando di fiori la stanza  prima della cerimonia del tè  (1840 circa, particolare)

La pianta del tè, originaria della Cina meridionale, è sempre stata per i giapponesi di estrema importanza: all’inizio per lo più utilizzata come medicina era apprezzata perché aveva il potere di alleviare la stanchezza, fortificare la volontà e perfino correggere la vista. Non era solo una bevanda somministrata per via orale, ma veniva spesso applicata esternamente sotto forma di impiastro per alleviare i dolori reumatici, e i taoisti la consideravano un ingrediente fondamentale per l’elisir dell’immortalità, come spiega Kazuko Okakura nel libro The book of tea, per la prima volta pubblicato nel 1909.

Laotse, considerato il capostipite del taoismo, rifletteva sulla metafora del vuoto. Sosteneva che solo nel vuoto giaceva il vero essenziale. La realtà di una stanza, per esempio, doveva essere trovata nello spazio vuoto racchiuso dal tetto e dalle pareti, non nel tetto e nelle pareti stesse dunque. L’utilità di una brocca d’acqua stava nel vuoto dove poteva essere messa dell’acqua, non nella forma della brocca o del materiale di cui era fatta.

Tra i buddisti, la setta zen, quella che incorporava le numerose dottrine taoiste, fu la prima a formulare un elaborato rituale del tè.

I monaci si riunivano davanti all’immagine di Bodhi Dharma e bevevano il tè da una unica ciotola con la ritualità di un sacramento (non è un caso che quando in Giappone il cristianesimo venne messo fuori legge questa cerimonia fosse utilizzata dai cristiani “nascosti” per pregare in segreto). Fu da questo rituale zen che alla fine si sviluppò quella cerimonia del tè viva ancora oggi nel Giappone moderno.

Gli ideali del taoismo incorporati nella cerimonia del tè hanno influenzato l’architettura giapponese sin dal XVI secolo a tal punto che gli interni delle case tradizionali giapponesi, a causa dell’estrema semplicità delle forme e dell’assenza di decorazioni, appaiono agli stranieri quasi sterile minimalismo.

La prima sala da tè consisteva semplicemente in una parte del normale salotto ricavata attraverso l’uso di pannelli separatori. La parte separata era chiamata kakoi (recinto). La sala da tè originale era piccolissima, progettata per ospitare non più di cinque persone.

Il roji, il sentiero del giardino che conduce alla sala da tè, rappresenta il primo stadio della meditazione, il passaggio all’autoilluminazione. Il roji aveva lo scopo di rompere il legame con il mondo esterno e produrre una nuova sensazione, che favorisse il pieno godimento dell’esperienza della cerimonia del tè.

Tutti i grandi maestri del tè giapponesi erano studenti zen e hanno tentato di introdurre lo spirito dello zen nella realtà della vita.

Per lo zen, così come il taoismo, niente è reale se non quello che riguarda le nostre menti. Ecco dunque come tutto ciò che funziona come contorno non può che essere di intralcio, compresa la parola.

Nella sala da tè regna il silenzio assoluto, tutto è assolutamente nitido e pulito, nell’angolo più buio non si troverà una particella di polvere. Uno dei primi requisiti di un maestro del tè è infatti l’abilità nello spazzare, pulire e lavare.

A questo proposito c’è una storia di Rikiu (il più famoso dei maestri da tè giapponese) che ben illustra l’ideale di pulizia che c’è dietro la preparazione della cerimonia. Rikiu guardava suo figlio Shoan mentre puliva il sentiero che conduce alla sala da té. «Non è abbastanza pulito» disse Rikiu e gli ordinò di riprovare. Dopo una seconda pulizia il figlio disse: «Padre, non c’è più niente da pulire: i gradini sono stati lavati per la terza volta, non un ramoscello, non una foglia sul terreno». «Giovane pazzo — lo rimproverò il padre — non è questo il modo di pulire». Detto questo, Rikiu entrò nel giardino, scosse un albero e sparse sul giardino le giallastre foglie d’autunno. Ciò che Rikiu chiedeva non era la sola pulizia “estetica”, ma anche quello che l’occhio non può vedere.

La cerimonia divenne una via per l’adorazione della purezza e della raffinatezza stesse, una funzione a tutti gli effetti sacra, dove la sala è una sorta di santuario che mette al riparo dai disturbi del mondo esterno. Lì solo ci si può consacrare all’adorazione indisturbata del bello.

Nella sala da tè la paura della ripetizione è una presenza costante. I vari oggetti per la decorazione di una stanza devono essere scelti in modo tale che nessun colore o disegno venga ripetuto. Se c’è un fiore, un dipinto di fiori non è ammissibile. Se si usa un bollitore rotondo, la brocca d’acqua deve essere angolare.

Non un colore per disturbare il tono della stanza, non un suono per rompere il ritmo delle cose naturali, non una parola per rompere l’unità dell’ambiente, tutti i movimenti devono essere eseguiti in modo semplice e naturale. Dietro a tutto, una sottile filosofia. E, come nota Kazuko Okakura, in fondo il teismo non era altro che taoismo sotto mentite spoglie.

di Cristian Martini Grimaldi

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24 agosto 2019

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