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Saccheggiato
da maldestri emuli

Non è raro che dopo la morte di uno scrittore, pur noto e celebrato, si apra un periodo assai lungo in cui critici, giornalisti e lettori non ne parlano più. Spariscono sia l’uomo che la sua opera. Nel caso di Emilio Salgari, non desta sorpresa il fatto che dopo la grande emozione suscitata dal suo suicidio, in un primo tempo la reazione si tradusse in un silenzio sbigottito e in un brusco rallentamento nella pubblicazione delle sue opere e degli articoli giornalistici a lui dedicati. Sorprende invece che a tale rallentamento seguì una fase in cui la sua opera venne prepotentemente riproposta all’attenzione del grande pubblico, ma sotto le mentite spoglie di una produzione “fasulla” che attribuiva a Salgari libri che non aveva mai scritto. Morì a Torino il 25 aprile 1911: a partire dal 1920, quasi ogni anno per un intero decennio, e dopo la seconda guerra mondiale fino a gli anni Sessanta a intervalli più o meno regolari, vennero pubblicati volumi che non erano suoi (ma di qualche maldestro emulo), ma spacciati per tali.

Ciò non significa che in questo fumoso contesto non vedessero la luce nuove edizioni e ristampe di opere di Salgari già pubblicate: il problema è che era divenuto sempre più difficile distinguere l’originale dal falso. E così le ingiustizie partite in vita dallo scrittore, continuarono a tormentarlo anche da morto. Poco prima di giungere all’estremo gesto, Salgari aveva scritto: «A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semiseria o anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna».
Dopo la sua morte, dunque, ci furono editori che continuarono ad arricchirsi mettendo sul mercato libri facendoli passare come scritti da Salgari, sfruttando così la sua fama, assai vasta presso il grande pubblico affascinato, o meglio rapito, da suoi avvincenti romanzi d’avventura. Tale scenario è denunciato da Ann Lawson Lucas nel libro Emilio Salgari. Una mitologia moderna tra letteratura, politica, società. II. Fascismo 1916-1943. Lo sfruttamento personale e politico (Firenze, Leo S. Olschki Editore, 2018, pagine 503, euro 35). Il volume fa parte di una tetralogia dedicata al mondo di Salgari, sempre a firma dell’autrice inglese, inaugurata dal libro Emilio Salgari. Fine secolo. 1883-1915. Le verità di una vita letteraria. Nel 2019 e nel 2020 è prevista la pubblicazione degli altri due volumi, intitolati rispettivamente Dopoguerra. Il patrimonio del passato e le sorprese del presente. Conseguenze editoriali e critiche del patrocinio politico e della popolarità di massa e Albori del nuovo secolo. Maturità della nuova critica salgariana.
Il secondo volume mira ad approfondire la ricezione dell’opera dello scrittore, nato a Verona nel 1862, durante il ventennio fascista, portando in primo piano “elementi anormali” (come li definisce l’autrice) che vennero ad aggiungersi al “fenomeno Salgari”. Furono anomalie derivanti da due forme di sfruttamento: quello che mirava al puro vantaggio economico e quello che aveva per scopo l’influenza politica.
Nel primo caso, il tentativo di far fruttare l’eredità salgariana sfociò nell’industria dei “falsi”: romanzi apocrifi creati da scrittori fantasmi ma firmati Emilio Salgari. La seconda anomalia fu quella di avviare, tra il 1923 e il 1927, la “fascistizzazione” del romanziere con articoli e recensioni che interpretavano i suoi racconti secondo i dettami della nuova ideologia, e mettendo quindi in risalto, ad usum Delphini, le virtù del coraggio, dello spirito d’iniziativa e dello sprezzo del pericolo, che costituiscono parte integrante della pagine salgariane. E questa tendenza, combattuta da coloro (non erano numerosi ma molto agguerriti e determinati) che si opponevano al fascismo, sfociò nel cosiddetto “caso Salgari” del 1928, quando si affermò sulla scena una sedicente campagna pro-Salgari che si prefiggeva ben altri obiettivi, ovvero la promozione del fascismo attraverso il canale letterario e tramite lo sfruttamento del nome di uno scrittore di fama. Una campagna che non solo — denuncia Lawson Lucas — finì per scagliarsi contro gli editori che avevano curato e divulgato le opere di Salgari (in particolare Bemporad, Vallardi e Sonzogno) ma produsse conseguenze nefaste per il buon nome dello scrittore e per l’integrità della sua opera.

Ma questa campagna, che l’autrice non esita a definire «spiacevole e scorretta», qualche effetto positivo lo produsse, sebbene involontariamente. Infatti il “caso Salgari” contribuì a rinnovare nei benintenzionati un genuino interesse per lo scrittore. L’undicenne Cesare Pavese rimase folgorato da quei romanzi d’avventura, in particolare dal Corsaro Nero. E a vent’anni, nell’inverno del 1928, proprio mentre imperversava il caso, Pavese decise di rileggere sistematicamente tutti i romanzi dello scrittore. E non solo per svago. Infatti, scrive l’autrice, Pavese, ben consapevole della sua vocazione letteraria, riconobbe in Salgari uno dei principali modelli cui ispirarsi per le sue sperimentazioni linguistiche e narrative. L’avventura di matrice salgariana rappresentava per Pavese anche un modo per esorcizzare la paura della morte e veniva a configurarsi come uno strumento di liberazione e di catarsi. Basti pensare alla poesia I mari del Sud, scritta nel 1930 e pubblicata nel 1936, in cui il poeta richiamava, in versi intrisi di malinconia, i giorni spensierati vissuti ispirandosi alle avventure di Sandokan.

di Gabriele Nicolò

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18 settembre 2018

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