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Sabato 16 agosto

Sono da poco trascorse le 7 del mattino, davanti alla nunziatura di Seoul c’è già un gran movimento. Per la verità lo spettacolo meraviglioso dell’alba coreana di questo sabato 16 agosto era già stato vivacizzato, sulla piazza antistante la residenza del Pontefice, da un insolito brulichio di persone. Si cerca in tutti i modi di carpire un saluto di Papa Francesco, anche uno sguardo soltanto.

Inizia molto presto questa terza giornata del viaggio nel Paese del “calmo mattino”. Questo è il giorno in cui la Chiesa del futuro si specchia nella gloria del suo passato. E si impegna a ricalcarne fedelmente i passi.

Il Pontefice dedica la mattinata ai martiri coreani. I primi a cui rende omaggio sono i 103 canonizzati nel 1985 da Giovanni Paolo II. Li va a trovare laddove è vivo il culto dei coreani, a Seo So-mun, nel luogo in cui essi furono trucidati. Il santuario è molto frequentato. Il Papa depone una corona di fiori. Lo aiutano due giovani che poi lo accompagnano nella sua preghiera silenziosa. Ed è proprio la preghiera il filo conduttore della giornata. Come una catena unisce i martiri riconosciuti nel 1985 con quelli che in sostanza possono essere considerati i loro padri. Papa Francesco oggi infatti beatifica 124 martiri il cui sacrificio risale alle origini stesse della Chiesa in Corea. E altri anelli si aggiungono per unire a questo glorioso passato il futuro della Chiesa in Corea.

Un futuro rappresentato da religiosi zelanti e da laici chiamati a ricalcare le orme di quel gruppetto di studiosi che, nel loro rifugio segreto tra le montagne, approfondirono quelle poche notizie giunte, attraverso uno di loro, addirittura dalla Cina, dove era preziosa la semina del gesuita Matteo Ricci, sino a quando convinti abbracciarono la fede e diffusero il Vangelo nel loro Paese. Oggi in quel rifugio segreto, dove cinque di questi saggi, considerati i veri padri della Chiesa in Corea, sono stati sepolti dopo il loro martirio, è stato edificato un santuario. Il Papa non potrà andarvi ma ne conosce bene la storia e la devozione che convoglia.

Il rito della beatificazione avviene in un luogo significativo, la Porta di Gwanghwamun, che letteralmente significa “porta della luce”. È la piazza più suggestiva di Seoul, dove passato e presente continuano ad intrecciarsi. È il simbolo dell’identità coreana. Su questa piazza enorme, gremita oggi in ogni ordine di posti, si apre una strada a dieci corsie e si affaccia l’antico palazzo imperiale ancora “difeso” dalle statue dei grandi condottieri del tempo. Lo circondano arditi grattacieli. Tra piazza e stradone antistante almeno un milione di persone.

Sono venute qui da ogni parte della Corea. Da Inchon, una delle città portuali a est di Seoul, sessantamila persone hanno percorso centinaia di chilometri per vivere questo momento. Da Pusan sono arrivati gruppi folkloristici e ora fanno spicco con i colori dei loro abiti in mezzo alla folla. Da Kwang Ju è giunto un pellegrinaggio composto principalmente da donne. Sono nella piazza e si notano per il velo bianco che copre il capo di ognuna di loro.

Il Papa impiega tempo per fare un giro tra la folla salutando dalla vettura scoperta.

Concelebrano la messa gli ecclesiastici del seguito — i cardinali Pietro Parolin, segretario di Stato, e Stanisław Riłko, presidente del Pontificio consiglio per i laici; l’arcivescovo Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato, il nunzio apostolico Padilla e una sessantina tra arcivescovi e vescovi di tutta l’Asia.

Siamo nel regno dell’alta tecnologia e così le immagini della vita dei nuovi beati anziché essere affidate ai tradizionali arazzi scorrono su schermi giganteschi, posti ai lati dell’altare. Sono disegni simbolici. A volte piccole stelle. Il Papa durante l’omelia, ne aggiunge tante altre per rappresentare, dice, tutti quei martiri anonimi che in Corea, come in Asia e in tutto il mondo, hanno offerto e offrono ancora oggi la loro vita per la fede cristiana. E il suo pensiero va quasi naturalmente ai cristiani dell’Iraq.

Alle 12 il rientro in nunziatura per il pranzo. Resta giusto il tempo di un brevissimo riposo e poi di nuovo in elicottero verso Kkottongnae per vivere il momento dell’incontro con i sofferenti.

Kkottongna e letteralmente significa “villaggio dei fiori”. È una ridente collina punteggiata da diversi istituti nei quali la carità è realmente di casa. Il Papa visita l’House of Hope, un centro di accoglienza per disabili, bambini e adulti. Sono circa duecento. Lo accoglie il fondatore della comunità, padre John Oh Woong Jin. C’è anche il vescovo di Cheongju, monsignor Gabriel Chang Bong-hun. E tanta gente festosa.

Francesco si toglie le scarpe prima di entrare nei locali del centro, in segno di rispetto. Non ci sono formalità. Solo un breve saluto del vescovo. Poi i bambini offrono al Pontefice una simpatica coreografia accompagnata da melodie tradizionali e alcuni doni fatti con le loro mani. Il Papa non pronuncia discorsi. Si intrattiene affabilmente con i piccoli sofferenti per un’ora e un quarto. A fatica li lascia. Sono come sempre struggenti le immagini che restano di questi momenti.

Alla partenza dall’istituto lo accompagna un coro d’eccezione: è il coro dei senzatetto. Una trentina di persone. Non possiedono nulla, tanto meno una casa, ma vivono comunque la gioia della loro fede, spiega il sacerdote che li assiste. E oggi la cantano per il Papa.

Con l’auto scoperta il Pontefice si dirige verso la vicina School of Love, dove lo attendono migliaia di religiosi e religiose coreane. Lungo il percorso il corteo si ferma davanti a quello che sembra essere un normalissimo giardino fiorito. Se non fosse che i fiori sono centinaia di piccole croci bianche. Papa Francesco scende dall’auto e si dirige verso questo luogo dove un gruppetto di persone lo sta attendendo. Poche parole e inizia una preghiera silenziosa.

È davanti al “giardino dei bambini abortiti”, un luogo particolarmente emblematico di una situazione ancora molto grave nella società del Paese. Quello coreano, nonostante la sua squisita accoglienza e amabilità, è un popolo molto chiuso in se stesso e tende all’autonomia in ogni campo. Ha grandi potenzialità tecnologiche e industriali ma scarseggia quanto a materie prime. E piuttosto che pensare a importazioni, e dunque a commistioni commerciali con l’estero, tende a limitare la crescita della popolazione. Non con leggi speciali. Piuttosto adotta politiche economiche e fiscali che scoraggiano il nascere di famiglie numerose. E il ricorso all’aborto è una pratica abbastanza frequente.

Al Papa ne parlano alcuni attivisti della Pro Life coreana. Toccante la testimonianza di Lee Gu-won, un laico consacrato dei missionari di San Luca Hwang, privo dalla nascita di gambe e braccia. La sua gravissima condizione non l’ha scoraggiato mai e soprattutto non gli ha impedito di testimoniare ciò che può l’amore di e per Cristo. Molti hanno abbracciato la fede cristiana proprio grazie a Lee. Commovente oltre ogni previsione l’incontro con Papa Francesco.

Due chilometri percorsi tra due ali di folla e si arriva al centro di spiritualità dove, in una deliziosa cappella, circa duecento laici attivi nell’apostolato accolgono il Papa. Credibilità della testimonianza cristiana, contributo delle donne alla missione della Chiesa, salvaguardia della famiglia cristiana gli argomenti proposti da Papa Francesco  alla loro riflessione.

Sono da poco trascorse le 19.40. L’elicottero con a bordo il vescovo di Roma è appena atterrato all’eliporto di Yongsan. Il corteo papale parte subito per la nunziatura di Seoul. Sono le 20 quando cala il sipario su una giornata, la terza, molto densa e ricca di avvenimenti. (mario ponzi)

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