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Roncalli e la Grande Guerra

· ​Nuovi studi su un periodo poco noto della sua vita ·

«Indimenticabile fu il servizio che compimmo come Cappellano negli ospedali del tempo di guerra. Esso ci fece raccogliere nel gemito dei feriti e dei malati l’universale aspirazione alla pace, sommo bene dell’umanità. Mai come allora sentimmo quale sia il desiderio di pace dell’uomo, specialmente di chi, come il soldato, confida di prepararne le basi per il futuro con il suo personale sacrificio, e spesso con l’immolazione suprema della vita». Queste parole di Papa Giovanni XXIII, pronunciate l’11 giugno 1959 in un’udienza ai cappellani militari, possono ben introdurre il nuovo quaderno di «Ioannes XXIII», Annali della Fondazione Papa Giovanni XXIII, periodico di natura scientifica che offre studi relativi alla persona di Roncalli, al suo magistero pastorale e spirituale e al contesto storico nel quale si è dipanata la vita del “Papa buono”.

Nella sezione Studi viene presentato un contributo ampio e documentato di Goffredo Zanchi: «“Io amo l’Italia”. Don Angelo Roncalli e la Grande Guerra (1915-1918)». Anticipazione di un saggio che apparirà entro l’anno, lo studio è suddiviso in due parti e getta luce su uno dei periodi meno conosciuti di colui che, da Papa, avrebbe firmato la Pacem in terris. La prima parte ricostruisce minuziosamente l’attività di Roncalli durante la Grande Guerra, dapprima sergente di sanità e poi cappellano militare negli ospedali di Bergamo.
La seconda parte si concentra sul patriottismo di Roncalli, dalle prime manifestazioni durante la guerra di Libia, fino alla conclusione della Prima guerra mondiale. Fin dai primi giorni di guerra, egli dichiara di voler dare una prova convincente del suo amore verso la patria. Tale sentimento viene espresso in solenni atti pubblici, come la consacrazione dei soldati al Sacro Cuore. La sua posizione nei confronti del governo italiano si fa molto critica dopo il rifiuto opposto dal ministro Sonnino alla famosa Nota di Papa Benedetto XV dell’agosto 1917.
Come osserva Roberto Morozzo della Rocca nell’introduzione allo studio, Roncalli soffre la guerra, la subisce, la sente come un esilio. In lui gli accenti retorici — pur presenti — sono lontani da quelli enfatici dei nazionalisti e dei bellicisti.
Il suo patriottismo è motivato da una visione spirituale: il cristiano non può estraniarsi dalle situazioni storiche, ma deve viverle in profondità, per trarre il bene anche dal male che pure c’è, e cercare i fili della Provvidenza nella storia, comunque essa si presenti. È soprattutto nel lavoro quotidiano che Roncalli mostra una spiccata sensibilità pastorale: sempre disponibile a stare con i soldati, stabilisce rapporti di amicizia e legami personali profondi; prova compassione per chi soffre o rischia la vita. Le anime gli interessano tutte, una per una, siano di ufficiali borghesi o di soldati contadini. Le poche ore di sonno che si concede per assistere i feriti durante la notte in ospedale, la scelta di servire i tubercolotici e gli infettivi, la frequenza della predicazione: in tutto spicca una grande generosità. La Prima guerra mondiale rappresenta per lui anche un allargamento di prospettive missionarie, di umanità, di sensibilità, che tra l’altro lo condurrà successivamente a scelte sempre più motivate e convinte in senso pacifista.

di Ezio Bolis
Direttore della Fondazione Papa Giovanni XXIII

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12 dicembre 2019

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