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​Per rompere il silenzio sul silenzio

Il 10 febbraio a Roma, presso la casa di esercizi spirituali Sacro Costato, si è svolto un incontro sul silenzio, organizzato da Fabio Colagrande, giornalista di Radio Vaticana Italia. Non una conferenza aperta al pubblico, bensì una giornata di riflessione e confronto fra persone appartenenti alla Chiesa cattolica che da anni, in varie parti d’Italia, portano avanti percorsi di silenzio. Il blog Vino Nuovo.it, dal mese di gennaio, ha ospitato una sezione speciale dedicata all’evento, pubblicandone i vari contributi. L’incontro nasce dalla consapevolezza che i tempi siano maturi per portare il silenzio, da troppo tempo rimasto ai margini, all’attenzione del mondo cattolico. Erano presenti: Paolo Scquizzato, sacerdote del Cottolengo e direttore del Centro di spiritualità «Mater Unitatis» di Druento, vicino a Torino; Marco Guzzi, poeta e filosofo, fondatore dei gruppi di formazione spirituale «Darsi pace»; la sottoscritta, custode in Firenze di una piccola pustinia (deserto in lingua russa), vocazione al silenzio della tradizione ortodossa. Fra gli ospiti, sacerdoti e giornalisti hanno sollecitato il confronto con domande mirate. 

Edward Hopper,  «Sole in una stanza vuota» (1963)

Pur essendo la storia del cristianesimo assai ricca di uomini e donne del silenzio — basti pensare ai padri e alle madri del deserto — alla grande tradizione monastica e mistica, negli ultimi secoli il richiamo al silenzio è andato affievolendosi. Raramente si parla di silenzio nella pastorale, nella formazione. Ha assunto più importanza l’azione, rispetto alla contemplazione e non di rado capita di incontrare monaci/che, frati, suore, che si lamentano del fatto che non riescono a trovare il tempo per la preghiera interiore. Meditazione silenziosa e contemplazione non sono incoraggiate, la via interiore, mistica, esaltata nei santi, viene considerata percorribile solo da pochi eletti. Eppure alla base della preghiera biblica c’è l’ascolto, che richiede silenzio. Anche ai laici viene proposta la liturgia delle ore, che è un riempire il silenzio, e forse è proprio questa omologazione che uccide la preghiera se di fatto, mentre monasteri e conventi si stanno svuotando, cresce l’esercito di cristiani battezzati che fanno yoga e si rivolgono a pratiche di meditazione orientale. Non è l’uniformità che crea unità, è lo Spirito santo. Emerge il bisogno di una relazione diretta con Dio, di una preghiera che investa la parte profonda di ogni essere umano. La preghiera interiore è più intima di quanto ognuno non sia intimo a se stesso, ci ricorda sant’ Agostino, allora perché chi desidera inoltrarsi nel silenzio deve rivolgersi ad altre tradizioni? Questo è un fenomeno che interroga. La preghiera ripetitiva non attira, non corrisponde più alla sensibilità spirituale di oggi. In un tempo così rumoroso, in cui il silenzio è divenuto necessario alla salvaguardia dell’equilibrio psicofisico assumendo anche una funzione terapeutica, urge la conoscenza dei processi interiori. Di fatto la Chiesa, non avendone incentivato la pratica, ha interrotto anche la trasmissione di quella sapienza idonea a educare al silenzio, obbligando ad attingere altrove. In realtà nella patristica, basti pensare a Cassiano, Climaco, Evagrio, c’era già tutto. Come testimoniano significative figure del Novecento quali Thomas Merton, John Main, Giovanni Vannucci, è necessario recuperare l’immenso patrimonio cristiano senza avere timore di confrontarlo con le conoscenze delle altre tradizioni. È importante inoltre attingere alla psicologia del profondo, a quanto si è sedimentato nell’arte, nella letteratura, depositarie di luminosi frammenti dell’anima cristiana.
Il silenzio è un grande mezzo per divenire consapevoli. Più pacifica e apre alla luce, più permette all’ombra di emergere. Cominciare da se stessi è il primo passo per ritrovare un rapporto autentico con Dio, per risvegliare la fede. Ma la pratica della meditazione silenziosa, viene ancora guardata con sospetto, come elitaria o eccentrica, pericolosa per derive sincretistiche, se non apertamente new age. Si teme che il silenzio porti a una preghiera intimistica, rivolta alla ricerca del proprio benessere, chiusa agli altri. In realtà il silenzio invita al deserto, richiama alla verità, spoglia, fa crollare schemi, pregiudizi, ideologie. Svuota. Agevola l'azione dello Spirito santo tesa a smantellare l’assetto psichico che è come il fortino in cui si annida lo spirito del mondo, la volontà egoica che attecchisce nell’anima. Padri e madri del deserto lottavano contro i demoni che vedevano come potenze esterne. Il silenzio li porta fuori dall’interno in cui si annidano, ce li pone davanti. Potenze collettive e spirituali che ci portiamo dietro ovunque e che il silenzio ci permette di conoscere. Attaccamenti, dipendenze, circoli viziosi. I più noti sono i sette vizi capitali di cui oggi raramente si parla. Il Vangelo è annuncio di salvezza perché apre una strada di scioglimento in questa pesantezza psichica che è morte spirituale. Solo se cresce la comunione con Dio si trasformano le relazioni con gli altri, maturano rapporti di comunione con i fratelli e le sorelle.
Altro timore che suscita il silenzio è che svalorizzi la sofferenza, allontani dalle opere di carità. Ma la carità è Dio stesso, la si conosce sperimentandola nell’intimo. Se permettiamo a Dio di guarirci, la riceviamo facendone esperienza. Solo l’amore è in grado di assumere il dolore. Più ne facciamo esperienza più cresce, diviene connaturato, si espande e può essere donato a coloro che incontriamo nella nostra vita. Non si tratta di fare la carità, ma di essere carità. Non c’è da dover mostrare, c’è da incarnare lo Spirito di amore. L’amore c’è, o non c’è. La spiritualità si manifesta nell’umanità. Il silenzio è mezzo efficace, accelera i tempi escatologici, tempi della trasformazione spirituale, e oggi, proprio per le grandi minacce che incombono, non è più tempo di aspettare. C’è un’onda forte che preme, chiede abbandono, disponibilità. Diviene urgente individuare le modalità di come starci dentro, di come rispondere e il silenzio è una risposta concreta, apre all’ascolto della parola incisa nel profondo che è Verbo, atto creativo che desidera agire anche attraverso di noi. Serve una fede matura, capace di dare una risposta libera e consapevole che si riverberi nella coscienza. Libertà dello Spirito vuol dire morte della volontà egoica, morte a se stessi. Non è più tempo di moralismo, di dover essere, è tempo dell'essere. Bisogna cominciare dal qui ed ora, da quello che siamo. Stare nel solo a Solo di fatto è quanto caratterizza veramente il monaco, da mónos, uno. Anelito verso una realtà integrata in tutte le sue parti, fisica, psichica, spirituale, il cui modello è la divina umanità di Cristo. «Stava con le fiere e gli angeli lo servivano». Le fiere, i demoni che il deserto scatena, sono le potenze psichiche che si annidano dentro di noi e che si pacificano solo se rientrano sotto il governo dello Spirito. Non è obbligatorio andare in cima ai monti, serve un atteggiamento di nudità, cedendo a se stessi, lasciando che lo Spirito santo ci illumini, ci raggiunga.
Il silenzio chiede la sosta, favorisce l’abbandono, la fede. C’è da mollare la presa per aprirsi all’ascolto della parola creatrice che chiede passività per poter agire. Il papa stesso non perde occasione per mettere in luce il valore del silenzio, sollecitandone l’introduzione anche durante la celebrazione eucaristica: «solo nel silenzio della preghiera si può imparare la voce di Dio, percepire le tracce del suo linguaggio, accedere alla sua verità». E Benedetto XVI affermava nell’ottobre del 2006: «Abbiamo bisogno di quel silenzio che diventa contemplazione, che ci fa entrare nel silenzio di Dio».
C’è un evidente vuoto da colmare. L’incontro, senza dubbio, si è rivelato decisivo per creare rete, mettere a fuoco le proposte future e i punti chiave necessari a «rompere il silenzio sul silenzio».

di Antonella Lumini

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21 novembre 2018

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